Ma quant’è bella la campagna… – di Massimo Tirelli

Ancora una volta mi trovo sul tavolo una causa nei confronti dell’Inail con oggetto una presunta malattia professionale in agricoltura. Il signor G. T., coltivatore diretto, ha contratto una malattia non tabellata Inail (le malattie professionali non tabellate dall’Inail necessitano di prova da parte del lavoratore della eziologia professionale) ai polmoni derivante da una presumibile inalazione di agenti chimici.

Nel nostro caso, i componenti degli erbicidi e pesticidi utilizzati risultavano non arsenicati, e per l’effetto l’Inail non li riteneva inclusi nella tabellazione relativa, che altrimenti l’indennizzo (o la rendita, se la percentuale di invalidità fosse risultata superiore al 16%) sarebbe stato riconosciuto automaticamente. Ancora una volta sarà una causa difficile, pur godendo dell’ausilio dei dati raccolti dall’istituto di Medicina del Lavoro dell’Università di Verona, che monitora assieme allo Spisal i fenomeni di collegamento tra esposizione ad agenti nocivi e malattie. Sarà necessario raccogliere le etichette dei prodotti utilizzati negli ultimi anni, valutarne la nocività specifica assieme al medico del lavoro e successivamente sottoporre al medico legale i dati raccolti assieme alla documentazione sanitaria. Infine sarà necessario recuperare la documentazione inerente l’acquisto e l’uso di tali prodotti e sentire qualche testimone a conferma dell’effettivo uso degli stessi. Non sarà un procedimento né facile né breve, e varrà, se la malattia professionale sarà riconosciuta, a smentire la considerazione generale del lavoro agricolo quale lavoro tendenzialmente “sano”.
Il numero di questioni irrisolte in agricoltura in materia di malattie professionali sta decisamente aumentando: ne ho avuto prova andando a studiare i dati epidemiologici in materia per preparare un intervento “tecnico” in un recente convegno sulla materia organizzato da Coldiretti.
Curiosamente, ciò è in controtendenza al momento felice che l’agricoltura sta vivendo: secondo i dati Istat dal 2013 i lavoratori occupati in agricoltura sono in deciso aumento (e il trend 2017 risulta fortemente confermato). Ebbene, solo nel 2016 gli addetti sono aumentati del 5% (limitandoci all’ultimo anno: dagli 843.000 del 2015 ai 884.000 del 2016), godendo altresì di una pubblicità mediatica (il ritorno alla campagna dei giovani) assai diffusa (e, appunto, confortata dai dati). Il 2017 sta dimostrando un trend addirittura rafforzato (+7%). Quello che però non si sa abbastanza è il dato infortunistico collegato, a distanza di ormai quasi dieci anni da quell’architrave del nostro sistema antinfortunistico che è il T.U. sulla sicurezza del lavoro, d. lgs. 81 del 2008. A livello nazionale Il fenomeno tecnopatico è in agricoltura molto significativo. Nel periodo 2011-2015 (dati Inail, disponibili normalmente con un ritardo di circa 1-2 anni) si è passati da 8.034 denunce nel 2011 alle 12.257 del 2015 (con un aumento del 52,6%). I dati provvisori del 2016 indicano, anche per le tecnopatie, un incremento che al momento (giugno 2017) si attesta intorno al +3% rispetto al 2015.
Non so se è sufficientemente noto, ma i dati Inail non sono normalmente esaustivi; infatti, sia sul versante infortunistico che su quello delle malattie professionali tengono conto dei dati riconosciuti e/o denunciati inerenti gli assicurati, ma non coincidono, ad esempio, con i dati aggregati Spisal che invece comprendono tutti i fatti inerenti anche a lavoratori che per qualsiasi motivo (pensionati, in nero, ecc.) non risultano assicurati. Per esempio, e rimanendo nel Veneto, si può agevolmente notare come gli infortuni mortali in agricoltura risultino preponderanti rispetto a ogni altro settore (22 su 53 totali nel 2014, 26 su 52 totali nel 2015, 17 su 46 totali nel 2016 e 13 su 30 totali nel 2017 sino al giugno 2017). E qual è il rischio maggiore? Lo schiacciamento da trattore (vedi tabella, pari a 32 casi su 181 complessivi nel quadriennio 2014-2017 in relazione a 33 tipologie di rischio possibili statisticate!). Quello schiacciamento da trattore derivante da mezzi obsoleti, o cinture non allacciate, o incapacità di controllo del mezzo, o guida con uso di sostanze non ammesse…
Ma nel campo delle malattie professionali non va certo meglio.
Le malattie professionali più diffuse in agricoltura (diciamo quelle normalmente riconosciute) sono: le malattie causate da esposizione a sostanze dannose, quelle causate da radiazioni solari, per le lavorazioni svolte prevalentemente all’aperto; la sordità da rumore; l’ernia discale lombare causata da lavorazioni svolte principalmente con macchine che espongono a vibrazioni trasmesse a tutto il corpo: trattori, mietitrebbia, vendemmiatrice semovente; malattie da sovraccarico degli arti superiori: tendiniti e sindrome del tunnel carpale, ma anche allergie a livello polmonare, quali asma e alveoliti allergiche, non meno frequenti le dermatiti e le allergie cutanee in genere, oltre alle patologie legate alle ginocchia, ecc.
Nel 2016 però per prima in Europa, la Francia ha riconosciuto il Morbo di Parkinson come malattia professionale per gli agricoltori entrati a stretto contatto con i pesticidi. Il decreto francese è stato pubblicato lo scorso maggio 2016 e aveva alla base una serie di ricerche scientifiche che hanno evidenziato i legami tra il Parkinson e l’esposizione professionale ai pesticidi.
Di particolare interesse la vicenda del glifosato, usatissimo in agricoltura (e non solo). Il glifosato, o glifosate, in inglese glyphosate (N-(fosfonometil)glicina, C3H8NO5P), è un analogo aminofosforico della glicina, inibitore dell’enzima 3-fosfoshikimato 1-carbossiviniltransferasi (Epsp sintasi), noto come erbicida totale (non selettivo). Il composto chimico è divenuto di libera produzione nel 2001, anno in cui è scaduto il relativo brevetto di produzione, fino ad allora appartenuto alla Monsanto. In un rapporto Ispra relativo agli anni 2011 e 2012 ed elaborato sulla base di dati provenienti dalle Agenzie regionali per la protezione dell’ambiente (Arpa) e delle corrispondenti agenzie provinciali (Appa), il glifosato viene definito come uno degli erbicidi più utilizzati nell’agricoltura italiana. Secondo dati parziali dell’Agenzia regionale per la protezione dell’ambiente del Veneto (Arpav), ad esempio, si sa che nel 2007, nella sola provincia di Treviso sono stati impiegati 55.000 chilogrammi di glifosato e 8.000 chilogrammi di ammonio-glufosinato. Nel marzo 2016, l’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro (Iarc) dell’Organizzazione mondiale della sanità ha fornito in un documento sul glifosato le risposte alle domande più frequenti, che hanno portato alla decisione di classificate la sostanza come “probabilmente cancerogena”. Il documento è stato pubblicato pochi giorni prima della riunione degli esperti dei 28 paesi Ue, incaricati di esaminare la proposta della Commissione europea di rinnovare l’autorizzazione per altri 15 anni. La decisione però (di autorizzare l’uso del glifosato in EU almeno sino al 2017) si è basata sul parere dell’Autorità europea per la sicurezza alimentare (Efsa) che, a differenza dello Iarc, ritiene “improbabile” che l’erbicida sia cancerogeno. Nel marzo 2017 l’Agenzia europea delle sostanze chimiche (Echa) ha infine deciso di non classificare il glifosato come sostanza cancerogena (alla faccia del principio di precauzione previsto dal Libro verde Ue), dando nuovi elementi a sostegno delle aziende che lo utilizzano all’interno dei loro erbicidi. Secondo l’Echa “le prove scientifiche a oggi disponibili non raggiungono i criteri per classificare il glifosato come cancerogeno, agente mutageno o tossico per la riproduzione”. Il parere è però basato “esclusivamente sulle proprietà dannose della sostanza. Non tiene conto della possibilità di esposizione alla sostanza e quindi non tratta dei rischi di esposizione”; ciò significa che non ne è stata valutata in alcun modo l’efficacia ai fini dell’esposizione e/o del consumo.

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