Tra Pristina e Mitrovica – intervento di Paolo Bergamaschi

La scultura composta da lettere cubitali che formano la parola “newborn”, neonato, di fronte al palazzo della gioventù e dello sport in una delle aree più affollate di Pristina è ancora al suo posto nonostante siano trascorsi nove anni dalla sua prima esposizione. Anche se viene periodicamente ridipinta con combinazioni di colori diversi non cattura più l’attenzione dei passanti che scivolano via indifferenti mentre rincorrono gli impegni che scandiscono inesorabili la vita quotidiana. Piccole cose e grandi avvenimenti si intrecciano; le storie dei singoli si fondono in quella di una collettività che si è fatta stato o, almeno, vorrebbe essere accettata come tale dalla comunità internazionale.

L’anno prossimo il bambino compirà dieci anni. Si prevedono grandi celebrazioni. Ci saranno, presumibilmente, tanti ospiti illustri a spegnere le candeline sulla torta nella piazza principale della capitale fra pompose strette di mano di presunti padri della patria, abbracci più o meno calorosi con leader di paesi amici, tripudio e sventolio frenetico di bandiere e auguri di lunga e prosperosa vita in una notte abbagliata dagli spettacoli pirotecnici. Anche lo scorso 11 giugno c’era parecchia gente nella notte illuminata dai fuochi artificiali lungo il corso pedonale dedicato a Madre Teresa. Sul palco allestito di fianco alla statua equestre di Skanderberg, l’eroe della nazione albanese, Ramush Haradinaj, Kadri Veseli e Fatmir Limaj celebravano la vittoria alle elezioni generali convocate in anticipo per risolvere una crisi politica che si trascinava da tempo paralizzando ormai le istituzioni del paese. Tre leader della coalizione vincente, tre ex comandanti della guerriglia contro il feroce regime di Milosevic. Il futuro del Kosovo affonda le radici nel passato, un passato combattente che continua a ossessionare sogni e speranze di una popolazione che, forse, vorrebbe solo una vita normale degna di essere considerata tale. Osservavo gli ultimi ragazzi che ballavano ancora sotto al palco dalla finestra della mia stanza allo Swiss Diamond hotel, dove si trovava il quartiere generale della missione internazionale di osservazione elettorale di cui facevo parte, mentre sistemavo con cura le cose nel mio fedele zaino in vista della partenza mattutina del giorno dopo per Strasburgo. Era impossibile, d’altronde, prendere sonno fintanto che gli altoparlanti sparavano decibel infernali di musica dance che facevano vibrare i vetri dell’edificio. “Un altro giorno è andato” pensavo, rubando le parole di una celebre canzone di Francesco Guccini. Un’altra missione si conclude anche se rimangono gli stessi dubbi e le stesse perplessità di quando era cominciata.

Ancora una volta Igor Soltes. Pur appartenendo ad un gruppo medio-piccolo, quello verde e regionalista, sembra che l’eurodeputato sloveno sia considerato da tutti il più autorevole e qualificato candidato a condurre questo tipo di missioni per il parlamento europeo. E anche questa volta, come nelle precedenti tre occasioni, sono costretto all’ultimo momento a cambiare i miei piani per seguirlo. Ho perso il conto di quante volte sono venuto a Pristina. Anche Soltes, però, conosce bene il Kosovo. D’altronde, fino al 1991 sloveni e kosovari erano cittadini dello stesso paese, la Jugoslavia, scomparso dalle cartine geografiche nel volgere di pochi mesi. Confesso di trovarmi spesso in difficoltà quando racconto ai miei figli che oltre Trieste c’era un unico stato che si estendeva da Lubiana a Skopje, un contenitore di popoli ed etnie esploso con effetto domino alla fine della guerra fredda. Provate anche voi con i vostri figli e sono certo che vi troverete in imbarazzo a fornire spiegazioni logiche a ragioni che sconfinano nelle pulsioni irrazionali. Con Igor mi è capitato più di una volta di discutere di questioni jugoslave. I suoi sono ricordi anche affettivi visto che è il nipote dello scomparso Edvard Kardelj, uno dei più stretti collaboratori di Tito nonché economista, inventore del modello di autogestione dei lavoratori considerato all’epoca come la terza via fra la libera impresa del capitalismo occidentale e la rigida organizzazione dell’industria di stato sovietica. Ma Kardelj è stato anche l’autore principale della costituzione jugoslava che nel 1974 ha spianato la strada al processo di decentralizzazione aumentando i poteri di repubbliche e province. Fu, poi, Slobodan Milosevic nel suo famigerato discorso di Kosovo Polje del 28 giugno del 1989 a mettere ufficialmente fine all’autonomia del Kosovo uccidendo, di fatto, la Jugoslavia, peraltro, ormai, in balia di forze centrifughe secessioniste. Mi fa sempre un certo effetto ascoltare Igor Soltes mentre mi parla dei suoi ricordi di infanzia quando Tito lo teneva fra le braccia durante le vacanze con il nonno all’isola di Brioni, il “buen retiro” del fondatore della Jugoslavia oggi in Croazia. Brividi di storia mi percorrono la schiena; squarci di vita famigliare di quello che era uno degli uomini più influenti del pianeta si coagulano nella mia mente.

Kadri Veseli ha il volto sorridente e l’aria rilassata alla vigilia della giornata elettorale mentre ci accoglie nella sala riunioni della sede del Partito Democratico situata in pieno centro a ridosso del complesso di edifici che ospitano governo e parlamento. La campagna elettorale è appena terminata e approfitta della pausa del sabato per mettere a punto con il suo staff gli ultimi preparativi della macchina organizzativa dell’apparato di partito. “Mi aspetto uno svolgimento delle operazioni di voto tranquillo e corretto dopo un dibattito politico acceso”, attacca deciso. “Quello che mi preoccupa, però -aggiunge- è la pressione di Belgrado sulla comunità serba di Mitrovica Nord dove si sono registrati atti di intimidazione nei confronti di coloro che dissentono dalla linea ufficiale imposta dal governo di Vucic”. Le relazioni con l’ingombrante vicino serbo sono state, per ovvie ragioni, uno dei temi dominanti della campagna. Per Veseli non ci sono impedimenti alla piena integrazione della minoranza serba nelle istituzioni del Kosovo che accusa, tuttavia, di essere il cavallo di Troia degli interessi russi nella regione. “Cerchiamo di costruire buoni rapporti con tutti i paesi vicini e ci aspettiamo da loro lo stesso trattamento nei nostri confronti”, osserva accusando la Serbia di interferire continuamente con gli affari interni del suo paese. Per quanto riguarda la situazione generale il presidente del parlamento uscente sottolinea che occorre migliorare radicalmente la situazione economica e intensificare la lotta alla corruzione che lui addita come uno dei problemi principali della società kosovara. “Anticipare le elezioni è stata una scelta obbligata -rimarca quasi scusandosi del fatto che è stato il suo partito a far cadere il governo- nonostante la solida maggioranza parlamentare della coalizione uscente, 89 deputati su 120, da due anni non si concludeva nulla”. Nel congedarci, Veseli si dimostra fiducioso di poter superare con una nuova coalizione di governo l’ostacolo principale che paralizza da mesi l’assemblea e anima lo scontro politico ovvero la ratifica dell’accordo sulla demarcazione del confine con il Montenegro.
Il Kosovo è l’unico paese dei Balcani Occidentali i cui cittadini hanno bisogno del visto per viaggiare nell’Unione Europea. Tra il 2009 e il 2010 la concessione dell’esenzione dal visto per i cittadini di Macedonia, Montenegro, Serbia, Albania e Bosnia Erzegovina fu salutata come un avvenimento epocale, un passo decisivo sul lungo e insidioso cammino dell’adesione all’Unione. Con questo atto, Bruxelles lanciava un segnale forte per sottolineare come il processo di allargamento fosse un cantiere ancora aperto di cui gli stati balcanici sono parte integrante una volta ottemperate le condizioni di ingresso.
Rimaneva il Kosovo, abbandonato nel suo isolamento, ultimo buco nero della regione. I burocrati dell’Unione sono meticolosi fino alla pignoleria quando si tratta di verificare il soddisfacimento dei requisiti richiesti. Ottenere l’esenzione dal visto non è cosa semplice. Occorrono passaporti biometrici, banche dati, sistemi di informazione in rete, personale efficiente e apparecchiature tecnologiche perfettamente funzionanti all’altezza di quelle dell’Unione Europea. Oltre a questo vengono aggiunti altri criteri calibrati sui punti critici del paese richiedente. Al Kosovo, in particolare, la Commissione Europea ha imposto, fra le tante cose della lista, un elenco preciso delle inchieste giudiziarie in corso su casi di corruzione di alto livello e la ratifica definitiva dell’accordo sulla delimitazione dei confini siglato dai governi di Kosovo e Montenegro nell’estate del 2015. Proprio quest’ultima condizione ha fatto saltare il banco mandando letteralmente in tilt il parlamento che avrebbe dovuto validare l’accordo con la maggioranza costituzionale dei due terzi dei voti. Sono stati, in particolare, gli esponenti di Vetevendosje, il principale partito di opposizione, ad opporsi con veemenza a ogni ipotesi di ratifica sostenendo che con questo accordo il Kosovo avrebbe perso 8000 ettari di territorio. Non sono bastate commissioni ad hoc di esperti sia nazionali che internazionali nominate dal governo per dirimere la questione. Oltre ad organizzare nutrite manifestazioni di piazza e ad infiammare l’opinione pubblica ogniqualvolta il punto veniva inserito all’ordine del giorno della seduta parlamentare, i deputati di Vetevendoje hanno trovato il modo di introdurre in aula canestri di gas lacrimogeno che opportunamente liberato costringeva Veseli ad interrompere precipitosamente la riunione. Si è trattato di uno snervante tira e molla, un braccio di ferro tattico durato fino al maggio scorso che ha visto cedere, alla fine, la coalizione di governo, incapace di raccogliere i voti necessari per sostenere l’accordo, con buona pace dei cittadini kosovari in partenza per l’Europa impelagati per settimane tra moduli da compilare e documenti da fornire ai consolati dei paesi dell’Unione per la domanda di visto.

“Semplici atti di disobbedienza civile -così Albin Kurti, il leader di Vetevendoje, definisce l’azione del suo partito tra i banchi del parlamento- non avevamo scelta: bisognava difendere gli interessi del Kosovo”. Mi fa un certo effetto incontrarlo in giacca e cravatta in una sala dell’edificio che ospita la delegazione dell’Unione Europea. Lo conosco ormai da quindici anni e mai mi era capitato, in precedenza, di vederlo abbigliato in un impeccabile completo blu da rappresentante di governo. Kurti, però, si è presentato in questa campagna elettorale come uno dei candidati di punta a ricoprire il ruolo di primo ministro e si è adeguato di conseguenza calandosi nella parte. L’abito, in questo caso, fa il monaco; è pronto a diventare un uomo di lotta e di governo. “Siamo l’unica forza politica che ha presentato un dettagliato programma articolato in 40 punti -spiegama la lotta contro la corruzione e il crimine organizzato rimane prioritaria”.
Per Albin Kurti in Kosovo c’è ben poco che funziona. “Il sistema economico è bloccato da un pugno di politici e uomini d’affari che controllano tutte le attività -osserva- ed è solo grazie al denaro iniettato dalla diaspora se lo stato sopravvive”. “Il tasso di evasione fiscale è molto alto -denuncia il leader di Vetevendoje -le mazzette offerte dalle grandi compagnie rientrano quasi nella normalità”. Come sempre Kurti mostra di avere le idee chiare su tutti i temi principali della vita politica. Per lui il futuro del Kosovo è nell’Unione Europea, a cui il suo paese dovrebbe aderire contemporaneamente alla Serbia. Il suo è un discorso ben strutturato, quasi da studente universitario sotto esame, che soffre, però, di pesanti rigidità ideologiche come, ad esempio, sull’unificazione con l’Albania. “La nostra costituzione è ingiusta perché non ci permette di scegliere -sottolinea; se si tenesse, oggi, un referendum, la stragrande maggioranza dei kosovari voterebbe a favore del ricongiungimento con Tirana”. Ogni volta che parlo con Albin Kurti, mi chiedo se lui non si renda conto di essere, ormai, diventato l’immagine speculare dei leader nazionalisti serbi. Parlare, ancora, di cambiamento di confini nei Balcani è come accendere una torcia in una polveriera. Non sono bastati 25 anni di guerra a spegnere il fuoco delle rivendicazioni territoriali. Rilanciare l’idea di “Grande Albania” è ridare fiato a quelle di “Grande Serbia” e di “Grande Croazia”. È paradossale notare come Albin Kurti, da questo punto di vista, rischia di essere il miglior alleato del suo grande avversario Aleksandar Vucic, il nuovo presidente nonché ex primo ministro e indiscutibilmente uomo forte della Serbia.

Quando si incontra Ramush Haradinaj, non ci si può sottrarre al consueto bicchierino di rakija, il tradizionale liquore dei Balcani, servito a tutti i presenti. Sono le tre del pomeriggio, nella sala fa molto caldo e c’è chi lo trangugia tutto d’un fiato. L’ex comandante dell’Uck, l’Esercito di Liberazione del Kosovo, si presenta alle elezioni in coalizione con il Partito Democratico con l’obiettivo dichiarato di diventare il prossimo primo ministro. “Il mio sarà un governo all’altezza della situazione -esordisce- la gente si aspetta risultati concreti”. Il partito di Haradinaj, l’Alleanza per il Futuro del Kosovo (Aak), nella legislatura uscente animava le file dell’opposizione, ma questo non ha impedito il dialogo con la formazione di Veseli. I due reduci di guerra si conoscono bene; non sono mai esistite incompatibilità programmatiche fra di loro, al massimo qualche mugugno o bisticcio sulla spartizione del potere. Quando Ramush Haradinaj a inizio gennaio è stato arrestato in Francia su mandato di cattura internazionale della Serbia per crimini di guerra, Kadri Veseli si è adoperato in tutti i modi per la sua liberazione, ottenuta finalmente il 27 aprile scorso con il rifiuto della corte di Colmar alla richiesta di estradizione di Belgrado. Durante i quattro mesi di esilio forzato in Francia, il caso di Haradinaj è stato incessantemente al centro dell’attenzione dell’opinione pubblica kosovara e il suo rilascio salutato con ovazioni di gioia e sussulti di orgoglio patriottico. Ma nonostante le ultime vicissitudini con la Serbia, l’ex comandante della guerriglia considera l’istituzione dell’Associazione delle Municipalità Serbe prevista dagli accordi sulla normalizzazione delle relazioni fra Belgrado e Pristina un passaggio necessario anche se, evidenzia, “deve essere conforme alla costituzione del Kosovo”. Da ultimo Ramush si sofferma sugli ex compagni di opposizione di Vetevendosje sottolineandone l’inesperienza e l’impreparazione a gestire il governo del paese. Il gioco delle parti non fa eccezioni: gli amici di ieri sono gli avversari di domani. I patti in politica sono scritti sull’acqua.

Il nuovo tratto di autostrada che collega parzialmente Pristina a Mitrovica ha ridotto notevolmente il tempo di percorrenza fra le due città. Anche la distanza politica che separa l’aera di Mitrovica Nord dal resto del paese, peraltro, si è accorciata. L’ultima volta che venni da queste parti a osservare le elezioni era il dicembre del 2010. La politica di Belgrado, allora, era quella del boicottaggio aperto delle istituzioni di un paese che secondo la costituzione serba è ancora parte integrante dello stato serbo. Furono solo in tre a partecipare alla consultazione ed io assistetti casualmente al voto di una signora che aveva coraggiosamente deciso di rompere le consegne sfidando l’ostilità della comunità serba. Si trattava, per inciso, di una donna di origine croata, meno incline, quindi, al richiamo etnico proveniente dalla capitale danubiana. Oggi le cose sono cambiate, anche se il dialogo fra Serbia e Kosovo procede a strappi con accordi firmati che restano lettera morta o interpretazioni surrettizie che li rendono impraticabili o ne ritardano l’attuazione. L’agenda dei serbi dell’ex provincia è decisa a Belgrado che ha imposto la formazione di un’unica lista, Srpska Lista, in rappresentanza dell’intera comunità. Non tutti, però, hanno accettato il diktat presentando candidati alternativi in formazioni minori più inclini alla collaborazione con le istituzioni kosovare. C’è un fiume che taglia la città di Mitrovica ma, con l’eccezione di quello principale, ci sono ancora ponti che collegano le due sponde.

Giubbotto, cappello e valigetta con all’interno penna, schede di rapporto, libretto di istruzioni e perfino una torcia elettrica: l’Unione Europea non ha lesinato in dotazioni per la missione internazionale di osservazione di cui, questa volta, porta l’intera responsabilità visto che, contrariamente alle altre occasioni, Consiglio di Europa e Osce sono fuori gioco. Il Kosovo, infatti, non fa parte di queste due organizzazioni. A dire il vero non fa nemmeno parte dell’Ue ma rientra, comunque, nel processo di allargamento e in veste di paese potenzialmente candidato può richiedere la supervisione di Bruxelles per gli appuntamenti elettorali che puntualmente la accorda. È un Suv blindato quello che trasporta me ed Igor Soltes nei seggi della quattro municipalità a maggioranza serba della zona di Mitrovica Nord. Seppure più rari rispetto agli anni scorsi, si registrano ancora incidenti di natura etnica più o meno gravi che consigliano l’adozione di misure precauzionali di sicurezza.
Igor si trova a suo agio nell’intervistare il personale delle stazioni di voto visto che, da buon ex-jugoslavo, parla correntemente la lingua serba, io un po’ meno e devo ricorrere spesso all’assistenza di Ujkan, l’interprete che mi accompagna. È cominciata presto la giornata. Dopo avere presenziato alle operazioni apertura di un paio di seggi ci siamo fermati per la classica colazione balcanica a base di burek appena sfornato e jogurt. Leposavic, Svecan, Mitrovica Nord e infine Zubin Potok: ovunque file ordinate di elettori in attesa di entrare nella cabina elettorale nella tranquilla atmosfera di una soleggiata domenica di giugno. Insegne a manifesti ovunque sono in cirillico con la bandiera serba che sventola su ogni pennone. David, l’autista inglese che ci fa anche da scorta, da pochi mesi ha preso servizio con la missione Eulex dopo sei anni e mezzo di lavoro in Afghanistan con le Nazioni Unite. “A Kabul si viveva sequestrati nel recinto strettamente sorvegliato del personale internazionale”, commenta, “qui è come essere in paradiso”, osserva ironico minimizzando le tensioni interetniche. La data di riapertura del ponte principale sul fiume Ibar che collega la parte settentrionale di Mitrovica a quella meridionale continua a slittare nonostante gli annunci della diplomazia europea di una inaugurazione imminente. Osserviamo dal versante serbo i cantieri ancora aperti che dal ponte si allungano fino al viale pedonalizzato dedicato a Re Pietro. Sono all’incirca 65.000 i serbi che vivono a nord dell’Ibar pari al 60% dell’intera comunità serba che risiede nel Kosovo. Dall’inizio dell’anno gli uffici anagrafe delle quattro municipalità ribelli registrano un numero crescente di cittadini di etnia serba che richiedono documenti di identità dello stato del Kosovo. È un piccolo ma incoraggiante segnale che qualcosa si muove sulla faticosa e insidiosa strada dell’integrazione.

Sulla via del ritorno verso Pristina, invece, tocca a me guidare i compagni di viaggio a una breve sosta al Gazimestan, il monumento che ricorda la battaglia del campo dei merli, Kosovo Polje, fra il piccolo esercito serbo e la strabordante armata ottomana. C’è un silenzio quasi spettrale. Le erbacce fra le pietre sconnesse di pavimentazione sullo spiazzo antistante la torre mostrano un irreversibile stato di abbandono accentuato dai calcinacci caduti sulla scaletta interna. L’epica serba non interessa alla nazione albanese che ha già abbastanza eroi, veri o presunti che siano, da riempire i propri libri di storia. Dall’alto si intravede la capitale nella penombra della sera con, poco distante, il pennacchio di fumo denso che esce dalla centrale a lignite più obsoleta e inquinante di tutto il vecchio continente. Doveva essere chiusa ormai da anni ma resiste, ancora funzionante, al suo posto. Potrebbe essere sostituita dal nuovo cavo elettrico che collega il Kosovo all’Albania, ma Belgrado si oppone con ogni mezzo alla sua entrata in funzione costringendo gli abitanti di Pristina e dintorni a respirare l’aria forse più malsana d’Europa. Quella stessa aria che respirano i giovani che ballano festeggiando nella notte delle elezioni sotto al mio hotel.

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