La regina e la pedina – di Paolo Bergamaschi

Si respira aria di casa all’aeroporto internazionale di Chisinau. Nonne e madri rincorrono i bambini che schiamazzano apostrofandoli in un italiano stentato mentre attendono pazientemente il loro turno alla fila degli imbarchi. D’altronde basta dare una rapida occhiata allo schermo delle partenze per rendersi conto del filo diretto che lega ormai indissolubilmente la Moldavia all’Italia. Torino, Milano, Bergamo, Venezia, Verona, Bologna e perfino Parma, per citare solo le città dell’Italia settentrionale: quasi un terzo dei voli, con tre diverse compagnie aeree, fanno regolarmente rotta verso il nostro paese dove vive la più numerosa comunità moldava dell’Unione Europea.

Partono e tornano, vanno e vengono, arrivano e si fermano. Si trovano bene i moldavi in Italia. Ogni tanto i nostri giornali si occupano di qualcuno di loro per fatti di cronaca ma, in generale, la loro presenza passa inosservata, a parte qualche coppia di badanti dagli occhi tristi che sosta chiacchierando a bassa voce sulle panchine dei parchi cittadini la domenica pomeriggio. Fra i tanti gruppi di immigrati quello moldavo forse è il gruppo che meglio si è inserito nel tessuto sociale italiano. Prossimità culturale, vicinanza linguistica, comune sensibilità e spiccata capacità di adattamento sono il biglietto da visita ideale per un’integrazione riuscita. Quattro giorni prima, però, aspetto e abbigliamento tradivano le origini dei passeggeri sul comodo volo che mi aveva portato nella ex-repubblica sovietica. Eravamo in pochi allo sbarco a dirigerci verso il controllo dei passaporti riservato agli stranieri; la stragrande maggioranza convergeva verso la corsia dedicata ai cittadini moldavi. La Moldavia, d’altronde, non è un paese per turisti.

Nel volgere di pochi anni, secondo i più recenti sondaggi, nell’opinione pubblica moldava l’indice di gradimento nei confronti dell’Ue è crollato dal 70% a poco più del 30%. Scandali bancari, corruzione pervasiva, politici incapaci, economia disastrata e povertà diffusa hanno spento l’entusiasmo filo-europeo degli anni scorsi anche se le responsabilità europee in questa situazione sono limitate a errori di valutazione più che a politiche sbagliate. ­­L’Unione Europea non sceglie i leader dei paesi partenari, ma spesso sono i leader di questi paesi a scegliere l’Europa sfruttando l’incauta o inconsapevole benevolenza di Bruxelles per coprire inefficienza e malgoverno. “Non c’è spazio per forze politiche che fanno sinceramente riferimento ai valori europei”, sostiene Lidia di Transparency International, che incontro insieme ad altri rappresentanti della società civile nella hall dell’hotel dove alloggio nel centro di Chisinau, “l’europeismo è più di facciata che di sostanza”. Da qualche mese le organizzazioni non governative moldave sono sul piede di guerra contro il governo. Non che le relazioni fossero idilliache in tempi precedenti, non lo sono mai state, ma adesso c’è l’aggravante di una nuova legge elettorale che se adottata trasformerebbe la Moldavia, secondo i timori dei miei interlocutori, in un feudo esclusivo dell’unico oligarca rimasto nel paese, Vlad Plahotniuc. La legge recentemente approvata in prima lettura dal parlamento moldavo introduce un sistema di voto misto proporzionale e maggioritario superando l’attuale sistema proporzionale con sbarramento. Nulla di sconvolgente sulla carta visto che regimi elettorali simili sono presenti in altri paesi europei, ma spesso l’apparenza inganna. Plahotniuc ha in mano tutto il potere economico, sostengono i suoi avversari, buona parte dei media e pezzi consistenti di potere politico che lo mettono in condizione di controllare le strutture amministrative dello stato.
Con il sistema maggioritario sarebbe per lui un gioco da ragazzi portare i suoi candidati alla vittoria nei collegi uninominali soffocando ogni residua speranza di riforme democratiche e di ricambio della classe politica. “Va messo ordine all’attuale schema di finaziamento dei partiti introducendo adeguate misure di trasparenza”, aggiunge Naline a nome di un’altra ong, “e occorre smantellare l’attuale monopolio dei media se si vuole veramente equilibrare lo scenario politico oggi sbilanciato a favore dei partiti di governo”. A dire il vero, almeno sulla carta, il governo moldavo in questi settori si è dato da fare ma, come sottolineano i rappresentanti della società civile, i provvedimenti adottati non vengono messi in pratica e le norme sono facilmente aggirate senza incorrere in sanzioni, vista la debolezza degli organi pubblici di controllo. Vi è una diffusa sfiducia e un malcelato pessimismo nel mondo associativo moldavo. Le organizzazioni non governative continuano a esercitare il loro ruolo di “cani da guardia” a difesa delle istituzioni democratiche contro la presa di potere di forze a cui le regole di una democrazia liberale importano poco o nulla, ma, come dice il proverbio, “can che abbaia non morde”. I latrati acuti e insistenti che arrivano fino a Bruxelles fanno poco rumore nei corridoi dei palazzi del potere di Chisinau.

Anche se le redini del comando sono saldamente nelle mani della coalizione che sorregge il governo, irrobustita opportunamente da un nutrito numero di transfughi dall’opposizione, lo scenario politico moldavo è mutato. Dallo scorso dicembre, infatti, ai vertici dello stato è salito Igor Dodon, eletto presidente della repubblica con un programma di apertura alla Russia. Come promesso durante la campagna, Dodon ha effettuato la prima vista ufficiale a Mosca dove, incontrando Vladimir Putin, ha chiesto di superare tutte le divergenze recenti e riannodare i tradizionali legami che univano la Moldavia alla Federazione Russa. A dire il vero Dodon, da candidato, si era spinto ben oltre promettendo di revocare l’accordo di associazione con l’Unione Europea nonostante il fatto che nell’ex repubblica sovietica vige un sistema parlamentare che assegna al capo dello stato funzioni puramente cerimoniali. E nella sua enfasi anti-europea era arrivato, negli ultimi mesi, a denunciare l’uso improprio e perfino l’appropriazione indebita da parte delle autorità moldave dei fondi che l’Unione ha elargito al suo paese dal 2007 al 2015. Va sottolineato che il neo presidente dal 2006 al 2009 ricopriva l’incarico di ministro dell’economia e del commercio e che in questa veste durante quegli anni si recava spesso a Bruxelles per battere cassa con l’obiettivo di mettere una pezza al bilancio disastrato di quello che le statistiche indicano come il più povero stato del vecchio continente. Sono stati 782 i milioni di euro stanziati da Bruxelles per la Moldavia fino alla metà del decennio in corso tali da elevare questo paese al primo posto come beneficiario di aiuti comunitari pro capite. Fin troppo ovvio, quindi, che le accuse del primo cittadino moldavo abbiano seminato il panico nelle capitali dell’Unione facendo scattare immediatamente verifiche oculate e meticolose inchieste interne degli organi di controllo sui capitoli di spesa delle autorità di bilancio europee per scovare eventuali sprechi, malversazioni o dolo. Più in particolare è stato l’Olaf, il temutissimo ufficio europeo anti-frode, a occuparsi della questione sguinzagliando i suoi ispettori nei meandri della burocrazia delle istituzioni comunitarie alla ricerca di operazioni sospette. E intanto che questi spulciavano documenti e ripassavano i conti, le autorità europee hanno bloccato ogni ulteriore finanziamento al governo di Chisinau. Quello che, però, appariva come un grande scandalo destinato a scuotere le istituzioni comunitarie e a travolgere i vertici moldavi si è rivelato non essere nient’altro che una spericolata manovra politica del presidente filo-russo per gettare fango e mettere in cattiva luce la coalizione filo-europea agli occhi dell’opinione pubblica moldava in vista delle elezioni politiche del prossimo anno. Neppure un centesimo dei fondi europei è sparito, si è perso nelle stanze della burocrazia moldava o è finito nelle tasche di qualche politico. I soldi in questione, secondo le conclusioni degli ispettori dell’Olaf, non hanno mai lasciato Bruxelles per il semplice fatto che non sono mai stati sborsati. Igor Dodon ha montato una campagna giocando sulla differenza fra la cifra impegnata a bilancio dall’Unione Europea per la Moldavia, 782 milioni, e gli euro effettivamente pagati per programmi e progetti conclusi o in corso, 454 milioni. E, messo alle strette, si è guardato bene dal rispondere alle insistenti richieste degli organi di controllo di Bruxelles di circonstanziare le accuse sottraendosi anche ai giornalisti che lo incalzavano. Difficile credere che quello di Dodon sia stato un atto di analfabetismo contabile visto la sua formazione di economista. Più probabile che si sia trattato dell’ennesimo tentativo di apparire come il moralizzatore della politica moldava agli occhi di un’opinione pubblica delusa e sfiduciata dopo anni di malgoverno e promesse mancate, quelle stesse promesse sulle quali lui ha costruito la sua fortuna politica.
“Niente è vero e tutto è possibile”, è una delle frasi più ricorrenti, rubata da un libro di successo, fra i diplomatici europei a Chisinau quando si parla del ruolo che giocano i media russi in Moldavia nel fornire l’informazione. “Per la Russia”, confida un ambasciatore, “la Moldavia non è che una pedina sullo scacchiere complesso della geopolitica”. Mosca non ha alcuna intenzione di soccorrere finanziariamente un paese in bancarotta. Agli occhi dei russi quello che conta è l’Ucraina ed è qui che, in effetti, si concentra lo sforzo del Cremlino per garantirsi il prestigio e proteggere la propria area di influenza. “Per Mosca l’Ucraina è una questione esistenziale, un fattore identitario”, sottolinea un altro diplomatico occidentale, “al contrario della Moldavia che è solo merce di scambio”. “Non si può scambiare, però, una regina con una pedina”, rimarca un altro ambasciatore che ci ha raggiunto in hotel, “la Russia sta utilizzando la Moldavia come un test per misurare l’equilibrio fra Est e Ovest”. Per Pirrka Tapiola, il rappresentante dell’Unione a Chisinau, l’Europa non può comportarsi come la Russia. “C’è bisogno di cambiamento e di trasformazione”, osserva, “ma l’influenza di Bruxelles in questo senso è limitata”. Riforme solo sulla carta, corruzione imperante, mancanza di indipendenza dei giudici e politicizzazione dell’amministrazione pubblica sono solo alcuni dei temi più ricorrenti nel “cahier de doleances” dei diplomatici occidentali che ribadiscono l’importanza di mantenere un atteggiamento fermo basato su solidi principi quando si discute con il governo moldavo.

L’integrazione dell’economia moldava nel mercato unico europeo è, forse, la principale opportunità offerta da Bruxelles a Chisinau con l’Accordo di Associazione finalizzato nel 2013 e firmato l’anno successivo. Dato, però, che ogni mercato per funzionare ha le sue regole, il parlamento moldavo si è trovato nell’obbligo di adottare il corpo legilsativo europeo in materia di produzione e scambi commerciali. Si tratta di un’impresa non indifferente per un paese dalle limitate risorse e con una scarsa capacità amministrativa. La Commissione europea, poi, ha il compito di controllare che le leggi approvate siano effettivamente messe in atto per evitare situazioni di concorrenza scorretta o di mancato rispetto degli standard commerciali. Il mercato unico rappresenta senza ombra di dubbio la punta più avanzata del processo di integrazione europea. Il suo peso e la sua importanza consentono all’Unione di negoziare accordi con i paesi terzi da una posizione di forza. è grazie a questo potere contrattuale, ad esempio, se l’Europa riesce a imporre nella maggior parte dei paesi del mondo il rispetto e la tutela di prodotti di pregio come quelli di denominazione di origine e indicazione geografica protetta, spesso vittima di contraffazione e manipolazione. La Moldavia è stata, così, costretta a rinunciare al nome di “cognac” per i propri prestigiosi distillati riconvertiti più genericamente in brandy. Un caso analogo si è verificato in questi mesi con l’Italia dopo che una cantina di una regione meridionale della Moldavia ha cominciato a produrre e commercializzare un vino bianco frizzante chiamato “Prosecco Pronto”. Immediata è stata la reazione delle autorità competenti di Bruxelles che sono andate a sbattere, però, contro la decisione di un tribunale moldavo che ha dato ragione, in prima istanza, al produttore locale. La partita, ovviamente, non è chiusa. Nell’ultimo degli incontri che si tengono periodicamente fra le parti per verificare lo stato di attuazione dell’accordo di associazione, i funzionari dell’Unione sono stati categorici: “Il Prosecco è un vino che si produce solo in Italia e non nel sud della Moldavia”. Se, come e quando l’ex repubblica sovietica dovrà adeguarsi alle regole europee è, ad ogni modo, materia ancora tutta da definire.

Le capitali sono la vetrina di un paese. In queste città si concentrano gli sforzi e gli investimenti dei governi per mostrare al viaggiatore, chiunque egli sia, il meglio della terra che visita e invogliarlo a rimanere o ritornare. Le capitali, d’altronde, sono anche la porta di ingresso di un paese, visto che quasi tutte sono dotate di un aeroporto internazionale e chi arriva, in un modo o nell’altro, da lì passa prima di proseguire eventualmente il viaggio verso un’altra destinazione. Ci sono capitali cariche di storia, che hanno fatto la storia e che non hanno bisogno di biglietti da visita e capitali inventate di paesi inventati, create solo per dare lustro e prestigio ad autoproclamati padri della patria in cerca di legittimazione internazionale. è il caso, ad esempio, di Astana in Kazakistan o Ashgabat in Turkmenistan, che abbagliano le pupille del visitatore con edifici sfavillanti al limite del kitsch, piazze sterminate lastricate di marmo e monumenti di dubbio gusto all’autocrate di turno. Ci sono, poi, le capitali per caso, cioè quelle città che per uno scherzo della storia o una curva imprevista del destino si sono trovate a ricoprire quel ruolo senza capirne, forse, la ragione e si sono adattate o, meglio, sono state riadattate di conseguenza. Chisinau appartiene a questa categoria. Ad eccezione dei classici palazzi del potere, parlamento, governo e ministeri, non c’è nulla che possa far pensare alla capitale di un paese divenuto stato. Non c’è ressa e non c’è fretta per le strade di Chisinau e non c’è nemmeno un gran traffico. Quello che colpisce più di ogni altra cosa, però, è la penombra in cui cala la città al sopraggiungere della sera che si trasforma in buio se si devia per le traverse del corso principale dedicato a Stefano il Grande. Bisogna stare attenti a dove si mettono i piedi se si vogliono evitare gli avvallamenti o le buche improvvise che trafiggono i marciapiedi del capoluogo della Moldavia e l’oscurità non aiuta. Più che a una capitale, Chisinau assomiglia a una tranquilla città di provincia scevra di eccessi e di vizi, a parte qualche night club dalle aggressive insegne luminose presidiato all’esterno da buttafuori muscolosi in giacca e cravatta.
Dal giorno della sua indipendenza, la Moldavia è lacerata dal conflitto in Transnistria, la striscia orientale del paese sulla riva sinistra del fiume Dniester in mano ai separatisti sostenuti da Mosca. C’è, però, un’altra parte del paese dove covano sotto la cenere spinte secessioniste meno note all’opinione pubblica europea. Sono poco più di 150.000 gli abitanti della Gagauzia, ma sono ben 500.000 le pecore e le capre che pascolano in questa regione autonoma. I gagauzi sono una comunità di lingua turca arrivata nei secoli precedenti dalla Bulgaria. Diversamente dalle altre popolazioni turcofone, tradizionalmente musulmane, però, sono di religione cristiano ortodossa. E amano la Russia, la Grande Madre Russia nella cui orbita vorrebbero rientrare contrariamente all’orientamento filo-europeo assunto dal governo moldavo. Comrat, il capoluogo della Gagauzia, si trova a un centinaio di chilometri a sud di Chisinau. Ci arrivo con un taxi recuperato all’ultimo momento dopo che il personale alla reception del mio hotel aveva smarrito la prenotazione del giorno precedente. è un viaggio di un paio di ore che scivola leggero tra filari di vite, magri campi di cereali e frutteti malandati su una strada affiancata da una fila quasi ininterrotta di alberi di noce. La frutta secca, d’altronde, è, con il vino, uno dei componenti di base della cucina moldava, che anche se non brilla per varietà si distingue per la indiscutibile genuinità e la dignitosa semplicità. Semplice, nel senso di modesto, deve essere anche il modo di condurre della terra, visto i cavalli che trascinano ancora gli erpici che sfilano davanti ai miei occhi mentre entro in città. Oddio, definire Comrat città è una parola un po’ grossa. Nemmeno 20.000 abitanti che si affacciano, in pratica, su un’unica strada dove mi aspetta Mihail Sirkeli, responsabile di Pilgrim Demo, una delle pochissime ong che operano nella zona. Lo avevo contattato la sera prima su indicazione di Mindaugas, un funzionario lituano della delegazione dell’Unione europea a Chisinau che mi aveva aiutato a organizzare la trasferta. Nello stringermi la mano, Mihail ci tiene a ricordare di avermi già incontrato a Bruxelles durante una sua visita al Parlamento europeo. Sono tante le persone che passano dal mio ufficio nella capitale belga. A meno di giornate particolarmente intense di lavoro, cerco sempre di non dire di no a chi chiede di vedermi per discutere della situazione dei paesi di cui mi occupo più da vicino in Commissione esteri. Purtroppo, però, non sempre riesco a ricordare i nomi e i volti della gente che incontro nel guazzabuglio delle istituzioni europee. “Pilgrim Demo si occupa di monitoraggio elettorale, della trasparenza del processo decisionale nelle istituzioni locali, di promozione dei diritti civili e della formazione dei giovani leader politici”, racconta Mihail nel suo spazioso ufficio collocato in una mansarda che odora ancora di nuovo in uno stabile appena ristrutturato. “Anche se la divisione delle competenze con il governo centrale non è del tutto chiara, le autorità della Gagauzia gestiscono autonomamente il settore educativo, la sicurezza sociale, la sanità e, in parte, l’economia”. Ai vertici della regione c’è una donna, Irina Vlah, che funge da governatore, “bashkan” nella lingua locale. è affiancata dall’Assemblea del Popolo, un parlamento formato da 35 membri che, pur essendo nella maggior parte indipendenti, cambiano di frequente casacca. “Anche qui, come nel resto della Moldavia”, commenta Mihail, “la politica si fonda più sulla corruzione che sui valori”. La lingua turca locale è stata reintrodotta a scuola alla fine degli anni Ottanta, ma i gagauzi sono orgogliosamente russofoni. “Sono pochissimi quelli che parlano rumeno – aggiunge Sirkeli- e la Russia rimane la destinazione principale per chi emigra”. Chi sceglie, invece, l’Europa, in particolare la Germania, non lo fa richiedendo il passaporto rumeno come la maggior parte dei cittadini moldavi ma domandando quello bulgaro, vista l’antica orgine della comunità. “è impossibile, comunque, in Gagauzia, sottrarsi all’influenza di Mosca”, osserva Mihail sottolineado come tutto il sistema radiotelevisivo locale ritrasmette i programmi delle principali reti russe, “e in Russia va anche la stragrande maggioranza degli studenti che si laureano nell’università del posto grazie alle numerose borse di studio messe a disposizione dagli atenei russi”.

La vita sembra scorrere davvero lenta a Comrat ma, forse, è solo calma apparente. “Se Maia Sandu, la candidata filo-europea, avesse vinto le elezioni presidenziali”, rimarca il mio interlocutore con il quale mi sono nel frattempo trasferito in un tranquillo caffè del centro a ridosso della cattedrale ortodossa, “sono quasi certo si sarebbe scatenata una rivolta secessionista”. Già nel febbraio del 2014, in un referendum non riconosciuto da Chisinau, i cittadini della Gagauzia si erano pronunciati al 98% per l’adesione all’Unione Economica Euroasiatica guidata da Mosca contro lo sbilanciamento a Occidente del governo moldavo. I gagauzi non ne vogliono sapere di approfondire i legami con Bruxelles.
La statua di Lenin che campeggia nell’aiuola della piazza antistante il parlamento funge da monito a tutti quelli che passano. E se lo dice Lenin…

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