Donald d’Arabia – di Stephen E. Bronner

Il Presidente Donald Trump sta affrontando una seria crisi di credibilità. Ha ammesso di aver rivelato informazioni segrete a ufficiali russi, si sospetta che esponenti di alto livello del suo staff abbiano avuto contatti illeciti con governi esteri, ha da poco licenziato il direttore dell’Fbi, James Comey e, come se non bastasse, si è opposto alla nomina di un Procuratore Speciale e alle indagini del congresso sul suo ex direttore della Sicurezza Nazionale, Michael Flynn. I media sono giustamente preoccupati dell’intimidazione dei giornalisti, dei riferimenti alle “fake news”, dell’uso costante delle menzogne e della carenza di credibilità del Presidente.

La Casa Bianca continua a imporre un atteggiamento autoritario, negli attacchi al welfare e al servizio sanitario, alle organizzazioni per i diritti delle donne, nelle decisioni sull’immigrazione e sulla governance democratica.
Dato questo clima, l’idea di organizzare un viaggio nel Medio Oriente non è stata cattiva. I media nazionali hanno sicuramente tirato un sospiro di sollievo: gli analisti politici si sono potuti concedere una pausa da questi argomenti deprimenti per raccontare invece dell’accoglienza in Arabia Saudita, della tradizionale danza delle spade, della decisione di Melania di non indossare il velo (una supposta violazione dell’etichetta per cui Trump, quand’era candidato alla Casa Bianca, aveva messo in croce Michelle Obama, all’epoca First Lady).
I commentatori si sono potuti divertire con le nuove battute sull’improvviso interessamento del Presidente all’Islam, sui suoi piani, mentre si trovava in Israele, di visitare Masada in elicottero, e sul suo auspicio di trascorrere quindici minuti a Yad Vashem per apprendere qualcosa sull’Olocausto.
Mentre queste storie saturavano l’etere le questioni importanti venivano comunque spinte lontano dai riflettori. Si è parlato poco della improvvida inversione di rotta della politica di Trump per il Medio Oriente. Si sarà anche parlato di alcuni aspetti precisi, ma non di come il tutto, ora, minacci di diventare più della somma delle sue parti.
Persistono seri dubbi sul fatto se esista o meno una strategia complessiva o se, piuttosto, il presidente non stia semplicemente reagendo a singoli eventi in maniera casuale ed emotiva (come nella recente decisione di bombardare la Siria, presa dopo aver visto raccontare alcune delle atrocità di Assad nel telegiornale della sera).
Non c’è dubbio che l’accordo sulla vendita di armi per 110 miliardi di dollari all’Arabia Saudita sia la pietra angolare della politica di Trump sul Medio Oriente. A quanto pare, avrebbe deciso di distinguere tra gli arabi “buoni” (che si allineano agli Stati Uniti) e gli estremisti “cattivi” (come Al-Qaeda e Isis). E questo va bene, o quasi.
Rimangono alcuni minuscoli (!) problemi che meritano considerazione. Il più ovvio di questi è che, proprio quando la campagna elettorale per la presidenza di Trump aveva messo in prima linea la lotta al terrorismo islamico, potenti sette come gli Wahabiti dell’Arabia Saudita sponsorizzavano Al-Qaeda e le organizzazioni da essa gemmate, ­al-Nusra in Siria e Isis in Iraq. Proprio come l’Arabia Saudita, queste organizzazioni sono esclusivamente sunnite e, per quanto gli estremisti spesso se la prendano con i correligionari più moderati, i loro principali nemici restano le milizie sciite in Iraq, i ribelli sciiti in Yemen, lo stato sciita dell’Iran, e il governo sciita alawita del presidente Bashar al-Assad in Siria. E proprio perché Trump ha esplicitamente dichiarato che le armi vendute all’Arabia Saudita serviranno a quest’ultima per contrastare “la malvagia influenza iraniana”, sembra si possa tranquillamente affermare che deporre Assad sia diventata la priorità strategica per combattere l’Isis.
C’è di più: l’Arabia Saudita, non c’è dubbio, userà i 110 miliardi di armi acquistate per sostenere un’offensiva transnazionale già in corso contro forze sciite che hanno, nel bene e nel male, giocato un ruolo-guida nella lotta al terrorismo. Dichiarare che il bianco è nero e che il nero è bianco, però, richiede una spiegazione. Certo, è facile prevedere che i media destrorsi degli Stati Uniti lavoreranno per demonizzare l’Iran e farlo apparire come la fonte dell’estremismo islamico. Vale la pena ricordare che questa è la stessa tattica che fu impiegata contro il regime secolarizzato di Saddam Hussein, dipinto come alleato di Al-Qaeda (e ora possiamo ammirare i bei frutti di quella strategia). In ogni caso, la strategia di Trump impone agli Stati Uniti di comportarsi come un trafficante d’armi (non molto diverso da un narcotrafficante) alleato di un regime reazionario particolarmente detestato.
Detestato sì, ma potente.
Il regime dell’Arabia Saudita è predominante, sugli stati del Golfo. Il suo piano “Per la pace araba” del 2002, che ora Trump vorrebbe rimettere in piedi, aveva proposto il riconoscimento di Israele da parte di tutti gli stati dell’Unione araba in cambio del ritiro dai territori occupati. Il “diritto al ritorno” sarebbe stato gestito in termini di compensazione economica per i rifugiati (probabilmente finanziata dall’Arabia Saudita), e Gerusalemme sarebbe diventata fondamentalmente una città aperta. La proposta saudita è l’unico piano ad ampio respiro sul tavolo. Fa bene Trump ad appoggiarlo, e forse anche a mettere l’Arabia Saudita a capo delle negoziazioni. Ma il piano appare datato. Il mondo è cambiato rispetto al 2002: gli insediamenti israeliani si sono drasticamente moltiplicati, frammentando così i territori occupati e rendendo uno scambio di terre molto più difficile; l’opinione pubblica israeliana si è spostata decisamente a destra, e la coalizione al governo guidata da Benjamin Netanyahu si poggia su fasce di popolazione ultra-ortodosse e ultra-nazionaliste. Israele ha fin qui beneficiato delle lotte intestine di un’Autorità Palestinese sempre più corrotta, incompetente e illegittima in Cisgiordania, e a Gaza di un’Hamas sempre più testarda e autoritaria. Mentre la loro guerra civile a bassa intensità prosegue, gli insediamenti si espandono, e i partiti di destra crescono sempre più forti; Israele non ha più alcun incentivo a negoziare sul serio, per non parlare della volontà di accettare uno Stato palestinese.
D’altronde, chi non risica, non rosica: Donald d’Arabia, proprio come T. E. Lawrence, ora può presentarsi come lo straniero dalla chioma bionda che si dedica a risolvere un conflitto apparentemente irrisolvibile. Un ruolo che certamente s’addice all’immagine narcisistica e megalomane che il Presidente ha di sé. Certamente l’asticella non dev’essere posta tanto in alto. Basterebbe che l’accordo commerciale con i sauditi portasse denaro per aziende come la Lockheed Martin e ­creasse posti di lavoro (anche se quel settore industriale ora sta sperimentando cali di occupazione). Ma poi c’è Jared Kushner. Il genero di Trump e suo fidato consigliere, che, si dice, è intervenuto col Presidente di Lockheed, Marilyn Hewson, per abbassare il prezzo delle armi vendute ai sauditi. Non c’è bisogno di menzionare i loschi affari immobiliari di Kushner fuori degli Stati Uniti. Indubbiamente, è un buon segno che l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti abbiano (innocentemente!) accettato di fornire 100 milioni di dollari al nuovo fondo di Ivanka Trump per aiutare le donne che vogliono aprire piccole imprese (come si può leggere sul “New York Times” del 22 maggio scorso).
C’è poi la questione russa. Trump ha definito Vladimir Putin come un amico e un alleato, pur di giustificare il passaggio di informazioni riservate al ministro degli esteri russi e all’ambasciatore russo negli Stati Uniti. Con la nuova vendita delle armi, comunque, i nemici dei sauditi diventano i nostri nemici; l’alleanza della Russia con l’Iran e col governo siriano fanno apparire queste indiscrezioni del presidente ancora più sconsiderate.
Certamente Trump conta sulla sua relazione personale con Putin per rompere la sua alleanza con l’iraniano Rouhani e col siriano Assad. Ma questo non servirebbe l’interesse nazionale russo. Anche il beneficio economico di eliminare le sanzioni degli Stati Uniti non si compensa con la minaccia politica che l’estremismo islamico pone sui territori meridionali e orientali della Russia, né certamente con la sicurezza per la Russia di perdere influenza in Medio Oriente.
Proporre un nuovo appeasement nelle relazioni con Putin è un’idea sensata -ma solo se si è disposti a fare aperture simili anche all’Iran: o si fa con entrambi, o con nessuno dei due. Eppure, Trump non la vede così -perlomeno, non ancora. Nell’abbracciare la Russia, ha minacciato di mettere a rischio l’accordo sul nucleare con l’Iran, imporre nuove sanzioni, e forse persino di lanciare un attacco militare. Questo non può che indicare che la politica estera americana ha finalità trasversali. Anche la scelta dei tempi con cui viene condotta questa nuova campagna anti-iraniana è particolarmente sfortunata.
Il Presidente Hassan Rouhani è appena stato rieletto, e ha sconfitto il suo sfidante di estrema destra con il 57% dei voti contro il 31%, e una partecipazione del 70%. Ma le posizioni di Trump rafforzano gli elementi più reazionari dell’Iran e i sentimenti più anti-occidentali. Lasciano Rouhani isolato e, ancora peggio, minano le opportunità di future collaborazioni; malauguratamente, perché l’Iran ha un ruolo cruciale per la risoluzione dei conflitti in Afghanistan, Iraq, Libano, Libia e Yemen.
Anche la Siria ricade in questa fattispecie. In quella che sembra una guerra civile infinita, Russia e Iran stanno da una parte, e gli Stati Uniti dall’altra. Le prospettive di pace aumenteranno soltanto se queste tre nazioni collaboreranno. Ma col governo saudita, purtroppo, la politica statunitense diventerà sempre più dedita al sostegno di forze ribelli frastagliate, incompetenti e vulnerabili all’estremismo islamico.
L’accordo commerciale alza la posta in gioco, rendendo sempre più plausibile l’ipotesi di un coinvolgimento americano nell’ennesimo conflitto per cui è chiaramente impreparata. Gli Stati Uniti, ancora una volta, appariranno come un intruso imperialista, in particolare perché mancano di una strategia d’uscita, e rischiano il “mission creep”, l’estensione della missione oltre il suo scopo. Quale sarebbe l’obiettivo strategico di un’intervento militare occasionale? Spianare il terreno di gioco, cambiare il regime o costruire una nuova nazione? Lo scenario peggiore è che si incrementi la tensione e scoppi una guerra tra Stati Uniti e Russia, che la Siria si disintegri in cantoni e roccaforti guidate da signori della guerra, capitribù e imam, e che si verifichino altri genocidi tra sunniti e sciiti. Non meno dei costi cui potrebbero essere costretti gli altri, sarà meglio che il Presidente cominci a prendere in considerazione l’interesse nazionale, la prossima volta che si dedicherà alla sua “arte del compromesso”.
(traduzione di Stefano Ignone)

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