America First! – di Stephen E. Bronner

“America First!” è lo slogan che nel 2016 ha contribuito a far eleggere Donald Trump Presidente degli Stati Uniti. Trump sosteneva che ci si dovesse impegnare in conflitti all’estero solo per tutelare direttamente gli “interessi nazionali” americani. Trump ha trascorso gli anni dell’amministrazione Obama a mettere in guardia da un crescente impegno in Medio Oriente -dopo aver blaterato di invadere l’Iraq- e, non più tardi dello scorso 30 marzo 2017, l’Ambasciatore Usa all’Onu Nikki Haley ha dichiarato che la deposizione di Assad “non era più una priorità”.

Il nuovo presidente ha anche affermato che la risoluzione del conflitto israelo-palestinese deve essere lasciata alle parti in causa, mantenendo così in vigore l’attuale squilibrio di potenze che favorisce lo storico alleato degli Stati Uniti: Israele. È risaputo che stabilire con precisione la natura dell’interesse nazionale è cosa assai difficile: sono coinvolti molti fattori variabili. Alla fine, comunque, si tende a far prevalere un freddo realismo sull’idealismo che di solito si associa ai diritti umani. C’è una certa logica di fondo che porta all’impiego dell’”interesse nazionale” come criterio per portare avanti la politica estera.

Non c’è invece alcuna logica nell’incredibile testacoda compiuto da Trump il 7 aprile 2017, dopo l’attacco col Sarin presumibilmente opera di Assad, e che è costato la vita a più di centro tra uomini, donne e bambini che vivevano nel territorio dei ribelli. Pare che il presidente statunitense avesse visto la notizia di questa atrocità alla televisione appena poco prima di prendere bruscamente la decisione di lanciare dozzine di missili Tomahawk contro una base aerea siriana, un attacco che è costato la vita ad altri nove civili, inclusi quattro bambini. Ci sono alcuni sospetti circa la responsabilità di Assad, e pare che Trump sia stato messo in guardia da decisioni precipitose dallo stesso direttore della Cia (Robert Parry, Consortiumnews.com, 8 aprile 2017). Che il presidente siriano sia colpevole o meno, la risposta di Trump non ha comunque alcun senso. Non ne ha né moralmente, né tatticamente, né strategicamente.
I bombardamenti potrebbero però aver ridato slancio alla sua presidenza in affanno, e aver dirottato l’attenzione dai tanti scandali (incluso il “Russia-Gate”) che affliggono la sua amministrazione; ciò che è certo è che verranno utilizzati come argomento per giustificare la richiesta di Trump di incrementare del 10% il budget della Difesa. Ma servire l’interesse del Presidente non equivale a servire l’interesse nazionale.

Il bombardamento della base siriana è stato un atto impulsivo dettato da pensieri di vendetta e dal desiderio di “fare qualcosa”. Nessun commentatore politico mainstream ha fornito alcuna giustificazione credibile del bombardamento, né specificato a cosa porterà, né spiegato le sue implicazioni benefiche per accorciare la guerra civile siriana o contribuire alla lotta con l’Isis. Eppure, si sono allineati anche alcuni falchi liberal del Partito Democratico, come i leader della minoranza del Senato Chuck Shumer e della Camera Nancy Pelosi. Questo sostegno a Trump ricorda quello riservato a George W. Bush nelle prime fasi della guerra in Iraq.
Sembra che si sia imparato poco dal passato. I “fatti sul terreno” restano i soliti. Chi si ribella al regime di Assad è tuttora diviso in fazioni in competizione l’una con l’altra, e la parte più forte restano ancora al-Qaeda e la sua propaggine al-Nusra. Non c’è un solo leader nazionale tra loro e perciò agli Stati Uniti continua a mancare un alleato locale affidabile.
Anche i legami tra Assad e i suoi benefattori, Iran e Russia, restano intatti. E l’azione di Trump non aiuta nemmeno i 500.000 siriani uccisi in questa inutile guerra, né i milioni che sono stati sfollati.
È assurdo cambiare completamente la politica nazionale perché un centinaio di persone è morto tragicamente in un attacco chimico. Il bombardamento americano si poggia su un’astrazione; il collegamento tra tattica e strategia è ancora mancante.

Ancora una volta, gli Stati Uniti si sono unilateralmente assegnati il ruolo di poliziotto del mondo. Si è fatto ancora ricorso al doppio standard che consente agli Stati Uniti di intervenire arbitrariamente dove ad altri Stati non è consentito. Il “Mission creep” (cioè l’espansione della missione oltre il suo scopo), il graduale slittamento dall’intervento militare al cambio di regime, e dal cambio di regime alla costruzione della nazione, slittamento che già aveva segnato le politiche di Bush in Afghanistan e Iraq, aleggia pesantemente anche sulla Siria; proprio come il suo predecessore Bush, nemmeno Trump ha una strategia d’uscita -anzi: non ha alcuna strategia. Un singolo bombardamento non è né una “risposta proporzionata” (qualunque cosa ciò significhi) né una tattica che possa influire sulla condotta di Assad. Semmai, quest’intervento finirà per rafforzare i legami tra il Presidente siriano e l’Iran, e raffreddare ulteriormente quelli tra Putin e Trump. Insomma, non promette niente di buono.

La retorica populista di destra di Trump gli ha già alienato i leader dell’Unione Europea come Angela Merkel, e il suo recente incontro con il presidente cinese Xi Peng non ha contribuito ad allentare le tensioni. La visione distorta di Trump dello “splendido isolamento” di Disraeli è tutto fuorché splendida. I suoi pochi amici rimasti in Medio Oriente includono Israele più alcune nazioni sunnite autoritarie e profondamente reazionarie come il Bahrain, l’Egitto, l’Arabia Saudita e i ribelli siriani. Questi ultimi, poi, rappresentano una minaccia non meno dell’Isis, per gli alawiti, i cristiani, gli sciiti e altri gruppi (ora protetti da Assad) i cui interessi imporranno un riconoscimento, qualsiasi sia il nuovo stato siriano che emergerà. Ma l’azione di Trump privilegia la deposizione del tiranno alla lotta all’Isis, i cui barbari emissari hanno massacrato circa duecentomila persone mentre pianificavano innumerevoli attacchi terroristici in Europa e negli Stati Uniti. Gli stati e le organizzazioni sciite sono state sin qui le forze più efficaci per contrastare l’Isis e, date le rivalità intrinseche all’opposizione sunnita, una nuova guerra civile siriana è una possibilità concreta, una volta che quella in corso sarà finita.

Una volta Gandhi ha affermato: “Occhio per occhio renderà il mondo cieco”. Le azioni di Trump non fanno gioco né ai valori né agli interessi umanitari. Rappresentanti ufficiali degli Stati Uniti hanno già minacciato di lanciare attacchi militari contro Corea del Nord e Iran. È stata anche ventilata la possibilità di un’intensificazione dell’impegno in Iraq. L’appoggio a questo attacco non fa che rafforzare la tentazione di un Presidente che cerca disperatamente sostegno per il suo prossimo passo. Gli americani si stringono intorno alla bandiera quando il Paese va in guerra, qualunque sia la guerra. Ma, storicamente, è difficile sostenere un appoggio prolungato a politiche che non servono l’interesse nazionale: vale la pena ricordare l’Iraq. Lo sfoggio dell’uso della forza in Siria è esattamente il tipo di azione che il pubblico americano plaude all’inizio -e che finisce per rimpiangere.

(traduzione di Stefano Ignone)

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