Feticismo cospirativo e diritto di critica – di Stephen E. Bronner

Ciò che segue è una trascrizione di un discorso tenuto durante la Conferenza Internazionale su Antisemitismo e Diritti Umani a Mosca (1° novembre 2016).

Vorrei oggi presentarvi una posizione che si differenzia da quella di chi identifica la critica a Israele con l’antisemitismo. In teoria tutti sono pronti a fare questa distinzione. Nei fatti ogni qual volta viene criticata una politica di espansione delle colonie in Cisgiordania, la distinzione collassa. La buona fede delle persone che muovono tale critica risulta immediatamente degna di sospetto. I critici vengono subito additati come parte di una cospirazione contro Israele (e gli ebrei), da parte di un mondo antisemita che ha negli arabi la sua avanguardia.

Cercare di sottrarsi alle critiche e alle polemiche fa parte del fanatismo, è un aspetto importante dei suoi connotati psico-logici, dato che permette al bigotto di sentirsi sempre dalla parte della ragione. Il miglior argomento per sottrarsi alla polemica è allora quello di vedere come ipocrita ogni critica a Israele in quanto rifiuta, del tutto irragionevolmente, di capire che gli ebrei sono sempre stati delle vittime. E perché i critici di Israele sono così irrazionali? Ma perché sono degli antisemiti o degli ebrei che odiano se stessi, o ancora dei burattini involontari, quelli che Lenin chiamava “utili idioti”, in mano ai veri antisemiti, membri di una cospirazione mondiale ancora più pericolosa che ha come fine la distruzione di Israele e un nuovo Olocausto.
Il circolo vizioso è evidente. D’altra parte chi proietta i propri pregiudizi sugli altri diventa spesso ostaggio di un circolo vizioso.
Ecco, io penso che i difensori acritici di Israele, degli ebrei e della tradizione ebraica presentano anch’essi delle caratteristiche tipiche dell’antisemitismo. Detto in altri termini, questi israeliani o ebrei inconsciamente finiscono per rimanere intrappolati nella definizione elaborata dalle ideologie antisemite a cui coscientemente si oppongono.
La questione cruciale è se gli ebrei sono un popolo. Tale questione è spesso inquadrata nella contrapposizione fra “noi” e “loro”, amico e nemico, che il rivoluzionario conservatore Carl Schmitt vedeva come fondamento del concetto di politico. Significa che chi non è d’accordo è antisemita? E ammesso che gli ebrei siano un popolo, questo significa che il loro punto d’unione è necessariamente Israele? Opporsi ad uno Stato ebraico prima del 1945 non era considerato antisemita, così come non lo è criticare un Israele “dominato” dagli ebrei, a meno che non consideriamo Hannah Arendt, Martin Buber, Einstein, e tanti altri ebrei degli antisemiti in incognito.
Elaborazioni più articolate di tali argomenti sono presenti nei miei libri A Rumor about Jews (“Una voce sugli ebrei”, Oxford University Press, 2003) e The Bigot (“Il Fanatico”, Yale University Press, 2014). Le dinamiche del pensiero cospirativo e il suo legame con il fanatismo e con una politica orientata a destra sono da tempo un mio interesse di studio.
Penso ai Protocolli dei Savi di Sion che tanta popolarità hanno avuto nel mondo arabo. Vorrei fare un esempio: ero in Iraq con una delegazione di pace qualche mese prima dell’inizio dell’invasione americana del 2003. Gli iracheni che ci ospitavano sapevano che sono ebreo e molti di loro volevano parlare dei Protocolli dei Savi di Sion. La versione tascabile del mio libro era appena stata pubblicata e quindi non ne fui troppo sorpreso. Ciò che mi stupì invece fu lo “stile” con il quale approcciavano il testo. Non ne parlavano con riverenza o come se fosse stata la Bibbia. Al contrario, lo consideravano un libro, assieme ad altri, da prendere sul serio. Questo poteva sembrare persino più insidioso. Ma in realtà permetteva di aprire la strada a un discorso critico su come funzionano le cospirazioni e su quali presunzioni si fondano: i tedeschi chiamano questo fenomeno Ideologiekritik. Si parte da un assunto ovvio e cioè che le cospirazioni effettivamente abbiano avuto luogo. La Congiura di Catalina nell’Antica Roma ci fu davvero così come Richard Nixon fu autenticamente coinvolto nella Cabala. La differenza tra la cospirazione in generale e le presunte cospirazioni antisemite in particolare è il grado di assurdo degli argomenti esplicativi. La manifestazione più estrema è quella che io chiamo il “feticismo cospirativo” per cui tutto ciò che accade o è accaduto può essere spiegato con un’unica cornice di riferimento, quella cospirativa appunto.
Nella misura in cui il feticismo cospirazionista è in atto, gli stereotipi dei cospiratori animati da paranoia rendono le indagini empiriche inutili se non minacciose. Visto che si “sa” il come, il perché e la motivazione che sta dietro qualsiasi evento, la conoscenza assume una forma che i filosofi definiscono apodittica; lì si manifesta quel giudizio a priori che è il fondamento di ogni pregiudizio.
Ecco allora che i nazisti erano in grado di identificare ogni problema e gli interessi particolari della società come se fossero animati dalla stessa cabala ebraica. Quindi potevano dire in una camera di commercio: “Questi comunisti! Sono tutti ebrei -per esempio Trotsky, Bukharin, Kamenev, Zinoviev e Karl Radek! Loro controllano il movimento comunista!”. Questo fu anche il caso dei socialisti tedeschi e dei loro leader Eduard Bernstein e Rosa Luxemburg. In seguito gli emissari di Hitler avrebbero potuto trovare un punto di contatto con le organizzazioni comuniste e socialiste insistendo sul fatto che il primo nemico fosse la borghesia dominata da capitalisti “ebrei” come Rothschild e Guggenheim.
A quel punto gli interessi contrapposti si dissolvono, il vero motivo dei conflitti fra questi gruppi diventa riconoscibile solo facendo riferimento ad una “mano nascosta”, quella degli ebrei.

La teoria della cospirazione è fatta per persone intellettualmente pigre e poco istruite perché permette loro di partecipare a discorsi pubblici in assenza di conoscenze solide e argomentazioni logiche. Meglio ancora: per i fanatici delle cospirazioni non c’è alcun motivo di cambiare le loro opinioni.
Jean-Paul Sartre intendeva questo quando diceva che gli antisemiti diventano come pietre: impenetrabili e protetti, perché sono sempre dalla parte della ragione. Ciò riguarda anche i feticisti del cospirazionismo, come i sionisti di estrema destra che evitano le critiche alle loro politiche imputandole all’eterno odio cospirativo verso gli ebrei.
Ovviamente, l’esistenza di uno Stato israeliano complica l’antisemitismo e gli dà una piega diversa. Lo Stato “ebraico” viene considerato l’incarnazione non soltanto degli interessi dei suoi cittadini ebrei ma di tutti gli ebrei del mondo. In altre parole, esso incorpora qualcosa di più globale di un mero interesse nazionale. Ciò fornisce a Israele uno status apparentemente speciale e ai suoi nemici una altrettanto speciale connotazione che è quella di una cospirazione internazionale.
Questa prospettiva è autoevidente, ma non i suoi effetti controproducenti o il modo in cui si rende possibile una manipolazione ideologica.
Che le politiche israeliane incarnino gli interessi nazionali non può essere una mera asserzione. Serve una giustificazione logica che a sua volta richiede un discorso pubblico aperto in cui una critica non sia immediatamente accusata di tradimento o pregiudizio. Senza tale discorso è impossibile determinare se gli interessi nazionali siano davvero tutelati. In realtà, gli interessi ­nazionali sono rappresentati dalle politiche intraprese da una particolare coalizione al potere dominata da uno specifico partito e guidata da uno specifico leader. Non diversamente dai comunisti del passato, nonostante le differenze, l’establishment israeliano sostiene che i suoi critici offrano argomenti ai nemici. Senza dubbio i crimini israeliani contro i palestinesi sono minimi se comparati con quelli commessi da altri regimi -inclusi i regimi arabi. Ciononostante, scegliendo di considerare la critica alle politiche israeliane come equivalente ad un attacco contro gli interessi nazionali di Israele o degli ebrei tout court, non si tutelano altri interessi che quelli dell’élite al potere.
Come distinguiamo il criticismo legittimo dall’antisemitismo o dalle condanne fondate puramente sulle emozioni? Esistono alcuni criteri: bisogna capire se è in atto un feticismo cospirazionista. Se si fa riferimento a degli stereotipi. Se la realtà empirica viene distorta o negata da paranoia, proiezioni o isteria. E se viene preso in considerazione anche il punto di vista degli altri. Infine il discorso dovrebbe possedere una sua logica e svolgersi all’interno di una propria cornice. A queste domande non possono rispondere i filosofi analitici. E la risposta non può venire nemmeno dai decreti dei politici al potere: più questo avviene, più un’élite potrà identificare gli interessi nazionali con quelli personali e più lo Stato tenderà verso la censura.
Molti ebrei si oppongono alla politica degli insediamenti e al potere degli ultra-ortodossi e degli estremisti sionisti nel governo del Likud di Benjamin Netanyahu. Questi critici ovviamente non desiderano la fine di Israele e la loro posizione non li rende antisemiti. Questo vale anche per i gruppi più disprezzati dal mainstream israeliano come ad esempio gli ebrei impegnati nella campagna Bds (Boicottaggio, disinvestimento e sanzioni).
Le politiche che da un lato approvano l’espansione degli insediamenti in Cisgiordania e dall’altro la soluzione dei due Stati non sono solo contraddittorie ma anche ipocrite. I mezzi adottati da Israele appaiono sempre più slegati dai fini che dicono di voler perseguire, e ciò ha un impatto sulla percezione delle organizzazioni internazionali e dei gruppi per la tutela dei diritti dell’uomo. Certamente tali denunce mettono in imbarazzo l’establishment.
Tuttavia, né il loro scontento né la mia intenzione di sottolineare questo aspetto, fanno di me un ebreo che odia se stesso o una specie di traditore.
Non mi aspetto che il regime di Netanyahu sia d’accordo con me. Quindi perché dovrei essere d’accordo con tale governo, a meno che una forma di giudizio a priori, o pregiudizio sia già in azione.
L’establishment israeliano è impegnato in quella che Herbert Marcuse definiva “tolleranza repressiva”: noi vi lasciamo parlare, ma se non siete d’accordo con le nostre prese di posizione, sarete soggetti alla condanna dell’intera comunità. Il fatto è che talvolta parliamo di prese di posizione che neanche uno studente di scienze politiche difenderebbe.
I cosiddetti interessi nazionali non sono né scontati né autoevidenti.
Nella mia gioventù ho avuto il privilegio di studiare con alcuni giganti delle relazioni internazionali come Hans Morgenthau, che ha coniato il termine, e altri seguaci del realismo politico come Henry Pachter e Richard Lowenthal. Argomenti analoghi sulla presunta evidenza e sacralità degli interessi nazionali sono stati usati dalla politica americana in Vietnam, e più recentemente in Iraq. E dire che l’America era considerata il paese più democratico del pianeta. Lo slogan era: “America! Love it or leave it!” (“America! Amala o lasciala!”). Ma ciò non aveva niente a che fare con le politiche in discussione, era una falsa pista. In effetti, quando si trattava degli interessi nazionali, l’establishment aveva torto e chi lo criticava aveva ragione.
Gli antisemiti esistono e stanno aumentando. Però vi sono delle ragioni dietro il fatto che tante persone condannano le politiche israeliane. Israele può anche essere l’unico Paese liberale del Medio Oriente, ma ciò non significa che i suoi leader stiano approvando norme liberali e non significa nemmeno che le loro politiche siano ciò che ci si aspetta da una nazione che si definisce democratica. Il compito più elementare per coloro che sono coinvolti nel conflitto israelo-palestinese è chiaro: separare le legittime critiche alla politica israeliana dall’odio verso gli ebrei, e criticare fermamente coloro che confondono i due concetti e sfruttano tale confusione per raggiungere altri scopi. Solo in questo modo gli attivisti rimarranno sufficientemente assennati da evitare di essere definiti da ciò che combattono.
(traduzione di Rosina Osanyuk)

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