Notti di guardia

Le tre è sempre l’ora dell’edema polmonare acuto. Equilibri neuroumorali, convergenze astrali o solo un dispetto per non farmi dormire. Questo EPA è ultranovantenne affetto da una forma di demenza degenerativa, forse a corpi di Lewy, con psicosi allucinatoria. Nessuna pretesa di autosufficienza, nessuna pretesa di consapevolezza. E’ solo respiro affannoso, gorgogliante da diagnosi che fai sulla porta della stanza. E’ solo fibrillazione atriale veloce già nota e senz’altro già in terapia anticoagulante, magari un Noa che è più nuovo e costoso, sia mai che gli venga anche un ictus come a quelli della vecchia generazione.
La sua testa finisce presto dietro un scafandro di plastica, gonfio che potrebbe prendere il volo come un pallone aerostatico, il bottiglione ai piedi del letto ‘sbolla’, il catetere vescicale, -vuoi non mettere un catetere ? – sgocciola poche urine chiare in attesa che migliori l’acidosi respiratoria. Quanto interesserà del suo pH a questo ometto che non sa più neanche chi è, chi sono i suoi , chi siamo noi, dove si trova e perché gli abbiamo infilato la testa in un sacchetto? Chissà se intuisce che non vogliamo soffocarlo ma farlo respirare meglio, chissà se gliene importa qualche cosa. Se solo ce lo avesse scritto. Se avesse lasciato un biglietto con scritto: “ Lasciatemi andare, è arrivato il momento, non è che ci tenga tanto a stare al mondo in questo stato. Io sono stato ben altro, ero una persona in gamba, ho visto il mondo, ho amato, ho viaggiato, ho letto, ho vissuto per bene; non mi posso lamentare. Quella che vedete è solo la fine della storia e… ragazzi… prima o poi la storia finisce, fatevene una ragione anche voi e lasciatemi andare”.
Gli allarmi del monitor si placano, il sacchetto del catetere si dilata gentilmente sotto la spinta dell’urina ora paglierina, quasi gialla, la saturimetria non lampeggia più, è fissa sul 95 che non usciva da tanto. L’ometto ci guarda dallo scafandro sembra appena sbarcato da un pianeta alieno e credo che lo sia. Sono le tre e quarantacinque, a quest’ora le ore si scrivono per esteso perché passano lente sembrano zavorrate alla realtà e non passano mai
Ricovero l’ometto novantenne e non so neanch’io se gli ho fatto un gran favore.
Ma è quello che sappiamo fare e lo abbiamo fatto (rem).

(nottidiguardia.it)

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