Il valore delle vittime

Su Al Arabya, Chris Doyle, direttore di Caabu (Consiglio londinese per la comprensione arabo-inglese), indaga sul perché la decapitazione di James Foley abbia avuto un tale impatto. La rete è piena di decapitazioni e la maggior parte non c’entra né con l’Isis né con Al Qaeda. Non ci sono solo i cartelli della droga messicana che decapitano un rivale con la motosega, anche Boko Haram ha postato più di una esecuzione. Foley, tra l’altro, non era nemmeno il primo americano a subire questa sorte.

Questo “primato” appartiene a Daniel Pearl, ucciso da estremisti pakistani nel 2002. Doyle, provocatoriamente, ricorda che all’Isis piace anche crocifiggere “ma devo essermi perso il clamore globale quando nove siriani sono stati crocifissi in Siria nel mese di giugno. Solo uno è sopravvissuto a una maratona di otto ore inchiodato a una croce”. Il fatto è che il prigioniero americano, nel “mercato” della pubblicità e dei social media vale come il platino. Non è una novità che ci sono vittime che valgono di più e vittime che valgono di meno. Qui poi il valore è anche proprio monetario. Secondo un’indagine del “New York Times”, Al Qaeda e i suoi affiliati hanno accumulato 125 milioni di dollari dal pagamento di riscatti, 66 milioni solo nell’ultimo anno, tutti da parte di paesi europei. Intanto, in Siria, il numero dei musulmani uccisi negli ultimi tre anni ha raggiunto quota 190.000.

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