Scala Reale per i palestinesi

Sono passate due settimane dalla visita del Papa in Terra Santa, ma dovendoci ripensare oggi -o domani, oppure fra un anno- sapreste dire quale immagine vi ha colpito di più? Probabilmente, una delle centinaia di foto di Francesco raccolto in preghiera davanti al Muro che divide Israele dalla West Bank.
Lo ha scritto Matthew Kalman su Haaretz: se la recente visita del Papa a Gerusalemme o Betlemme fosse stata una mano della “partita a poker della propaganda” tra Israele e Palestina, il punto sarebbe andato a quest’ultima. E, per questo regalo inaspettato, i palestinesi dovrebbero ringraziare gli addetti al protocollo israeliano.

Nei giorni precedenti alla visita, il Vaticano aveva preannunciato il viaggio come pellegrinaggio esclusivamente religioso, privo di connotazioni politiche. Naturalmente non è stato così: le centinaia di foto che ritraggono il Papa in preghiera davanti al Muro più “graffitato” del mondo (dopo quello di Berlino), in prossimità di una scritta che associa la piaga di Betlemme al Ghetto di Varsavia, hanno colpito l’immaginario di tutti.

Secondo Kalman, la decisione dell’ultimo minuto –e lo avrebbe confermato il portavoce della Santa Sede Padre Maurizio Lombardi, che ha dichiarato di essere stato informato della decisione di Francesco di sostare davanti al Muro solo il giorno prima- sarebbe giunta per compensare un pit-stop che gli addetti al protocollo israeliano hanno cominciato a imporre a tutte le personalità estere in visita: la deposizione di fiori alla tomba di Theodor Herzl, il fondatore del sionismo, tappa dalla quale Francesco non è stato esentato.

Il Muro, scrive Kalman, avrà anche prodotto l’effetto militare sperato -fermare gli attentatori suicidi, rendendo la vita impossibile ai pendolari palestinesi- ma è costato carissimo, in termini diplomatici: è diventata la tavolozza a cielo aperto più grande del mondo, dove si combatte la guerra della street art, quella che i palestinesi stanno vincendo. Mentre la sofferenza israeliana dovrebbe essere rappresentata dalla tomba di uno scrittore ebreo ungherese morto 110 anni or sono, o dal ricordo delle atrocità nazi-fasciste di 70 anni fa, i palestinesi hanno un luogo, il Muro, che comunica al mondo la sofferenza del qui-e-ora.

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