Un test inutile?

A partire da un libro appena uscito, “La grande beffa della prostata: come la Grande medicina ha dirottato il test PSA provocando un disastro nella sanità pubblica” (di Richard Ablin e Ronald Piana), sull’ “Economist” si torna a parlare del controverso test del Psa.
Lo scorso anno, negli Usa, sono stati scovati 240.000 “casi sospetti”, un numero enorme. Il dibattito, molto acceso, riguarda l’efficacia del test che cerca l’antigene prostatico specifico, il Psa appunto, che dovrebbe aiutare a scoprire un tumore in tempo. Molti, tra cui Richard Ablin, autore del libro, pensa che questo test porti a troppe terapie inutili. Se infatti i risultati escono rispetto ai parametri si ricorre a trattamenti molto aggressivi che possono portare a impotenza e incontinenza e comunque resta dubbio che questo agire tempestivamente sia così utile perché è un tumore spesso molto “indolente”..
La prostata è una ghiandola della dimensione di una noce che aiuta a produrre il seme e che produce anche la proteina Psa. Il punto allora è se la presenza di questa proteina dia o meno informazioni utili. Se infatti chi è affetto dal tumore ha valori elevati, non vale la regola inversa: chi ha valori elevati non è detto abbia il tumore e viceversa avere valori bassi non esclude una diagnosi di tumore.
Nonostante questi inconvenienti, questo test è in uso dal 1990. In fondo la sua diffusione è legata al fatto che si tratta di un test innocuo: per dosare il Psa è sufficiente un prelievo ematico. Il punto è, di nuovo, a cosa serve.
Dai risultati di due recenti studi (uno americano e uno europeo) viene fuori che gli screening avrebbero avuto un risultato molto moderato: limitatamente alla fascia d’età 55-69 anni, sarebbe stato salvato un uomo ogni mille testati.  Un dato che ha convinto il Governo a fare marcia indietro. A quel punto è però scoppiato un putiferio tra specialisti che invece insistono sull’utilità di quel test. Con il risultato che ciascuno dice la sua. Così si va dagli accademici del Prostate Cancer World Congress che raccomandano screening tra i 50 e i 69 anni; l’AUA che propone come intervallo d’età 55-69 anni. Al Memorial Sloan Kettering, di New York, vorrebbero testare gli uomini dai 45-70 anni e addirittura abbassare il livello di guardia e infine c’è chi appunto trova questo test inutile.
Se ormai è chiaro che non esiste un valore che separa quelli in pericolo da quelli al sicuro, è importante arrivare a dei test che distinguano i tumori pericolosi da quelli indolenti (l’industria farmaceutica ci sta lavorando). Fermo restando che ci sarà sempre chi preferisce comunque estirpare la malattia piuttosto che stare ad aspettare e guardare. La frenesia attorno al test PSA, conclude l’autore dell’articolo, è appassionante anche perché mette in gioco due caratteristiche umane molto tipiche: il desiderio di sconfiggere il cancro ad ogni costo e l’insufficiente conoscenza di come funziona questa malattia.

(economist.com)

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