I disperati di Mong La

Zhang è un quarantenne cinese che fa il tassista a Mong La, città birmana al confine meridionale della Cina. “Sono arrivato qui da uomo ricco, ora non ho più niente”. Ex uomo d’affari, dieci anni fa è arrivato da Chongqing per giocarsi i suoi risparmi, 700.000 renminbi (83mila euro). Ha perso tutto e, finché non avrà ripagato il debito agli strozzini locali, fa il tassista per altri giocatori come lui.

Liu Qiao, quarantenne lui pure, ha trovato rifugio qui sei anni fa, dopo che a Macao aveva perso al gioco 1,6 milioni di dollari della compagnia mineraria fondata con gli amici. “Ho perso la faccia, devo rifarmi”. Quando non sono al casinò, Zhang e Qiao giocano a poker online sui loro cellulari. Ne ha parlato il New York Times del 24 febbraioSituata a poche centinaia di metri dal confine, Mong La è più nota col nome di Xiamonegla, che è cinese come la maggioranza dei suoi residenti, dei suoi croupier e dei pendolari del vizio. Le attrazioni principali della città, che portano un migliaio di visitatori al giorno, sono il gioco d’azzardo, la prostituzione e la compravendita di animali protetti (anche vivi).

Nel 2004, anno in cui Zhang è partito per cercare la fortuna, Pechino era intervenuta militarmente per chiudere i tanti casinò nei quali i suoi funzionari corrotti andavano a dilapidare i soldi sottratti allo Stato. La criminalità che gestisce il gioco d’azzardo ha reagito ricostruendo i casinò qualche chilometro più a sud, nella giungla. Non c’è una reale volontà cinese di interrompere gli affari della Las Vegas birmana: troppi gli interessi economici nell’indotto, e così i tanti limiti imposti (è richiesto un permesso speciale per accedere, è vietato l’ingresso ai cinesi nei casinò) si aggirano facilmente. Alcuni non si scomodano a venire di persona ai tavoli dei casino di Mong La: hanno degli agenti, connessi con cuffie e cellulare, che ricevono le puntate al telefono. I giocatori li controllano comodamente seduti nei propri uffici sparsi in tutto il sud-est asiatico.

Zhang, invece, è intrappolato qui, lontano dalla famiglia. “Non posso andarmene e non voglio che la mia famiglia venga a trovarmi qui, vedendo come sono costretto a vivere”.

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