Non chiamateci martiri

Su Libération del 31 gennaio, Thomas Abgrall, inviato a Beirut, ha parlato di #NotAmartyr, l’hastag con cui i giovani libanesi stanno rivendicando sui social network la loro estraneità alla campagna terroristica islamista in corso. I ragazzi che vi aderiscono inviano un “selfie”, un autoscatto, con in mano un cartello in cui si leggono frasi che condannano la violenza.

L’idea vuole richiamare un “selfie” reso tragicamente celebre il 27 dicembre scorso, quello di Mohammad el Chaar. L’autoscatto, che lo ritrae con tre suoi amici in una piazza di Beirut, è l’ultima immagine del giovane prima che una bomba uccidesse lui, il vero bersaglio Mohamad Chatah (ex ministro libanese vicino all’opposizione siriana) e altre sei persone.

Pochi giorni dopo la morte di el Chaar, Ali Khadra, diciassette anni, rimaneva ucciso in un attentato rivendicato dal fronte al-Nusra, gruppo jihadista siriano, come “avvertimento” ad Hezbollah. Il funerale del giovane è divenuto subito un pretesto per Hezbollah, che ne ha ricoperto la bara col proprio vessillo, per poi seppellirlo al fianco di combattenti militanti.

Dyala Badran, blogger venticinquenne tra le prime a lanciare la campagna “NotAmartyr”, ha spiegato l’iniziativa alla BBC: i giovani libanesi non ci stanno a farsi definire come “martiri” dalla retorica di questa o quella parte in conflitto. “Siamo vittime innocenti”.

Una foto della campagna: "Non voglio dover indovinare in quale quartiere moriranno i miei cari, non voglio dover dire che questa è normalità"
Una foto della campagna: “Non voglio dover indovinare in quale quartiere moriranno i miei cari, non voglio dover dire che questa è normalità”

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