Quando finisce il sussidio

Sullo Houston Chronicle del 28 gennaio si racconta la storia di Debbie, 43enne di Aurora che dopo molto cercare ha finalmente trovato un posto temporaneo a paga modesta nel servizio clienti di una piccola ditta. Nel frattempo Frank, il marito, guida un muletto e consegna pacchi per 12 dollari (8,76 euro) all’ora. Ma il vero lavoro della coppia, a detta loro, è “accudire i figli e cercare un lavoro a tempo pieno”.

Nel 2009, quando è nata Ella e le cose andavano meglio, Debbie aveva deciso di dedicarsi alla maternità, lasciando il posto di insegnante. Non aveva dubbi: appena qualche mese e sarebbe tornata a scuola. Non è successo, e con l’aggravarsi della crisi anche il marito ha perso il posto. Nel 2011 hanno dovuto vendere la loro casa con quattro camere da letto e con i tre figli sono andati in affitto in una casa più piccola: loro dormono sul divano-letto in salotto, alle due bambine hanno lasciato le due camere e al figlio sedicenne un disimpegno (per porta, una tenda). Nei mesi successivi, per far quadrare i conti hanno dovuto vendere anche molti effetti personali.

Dopo mesi di ricerche, un lavoro trovato e perso nel 2012, Debbie è diventata una “disoccupata di lungo corso”, che non lavorando da oltre sei mesi non percepisce più il sussidio di disoccupazione. Secondo lo Urban Institute, il numero dei minori i cui genitori hanno perso il sussidio nello stesso modo è triplicato rispetto al 2007. In tutti gli Usa, gli adulti che non accedono più ai benefit hanno raggiunto un totale di 1,3 milioni.

La piccola Ella vorrebbe tornare all’asilo privato e ogni tanto fa tintinnare il suo porcellino salvadanaio per dimostrare di poterselo permettere. Dakota, il figlio maggiore, dice di non sentirsi sfortunato rispetto a tanti altri suoi coetanei che una casa non ce l’hanno nemmeno, in questi giorni di freddo estremo.

Sono tante le famiglie che sperano nel buon esito della proposta al Congresso di estendere il limite dei sussidi a 11 mesi, anche se non sarà facile (già affossati i primi tentativi democratici). Ad Aurora, come in tante altre città, per chi non percepisce più benefit l’aiuto principale viene dalle organizzazioni religiose, nelle cui sedi gli operatori sono ormai abituati a vedere molti ex professionisti, financo ex amministratori delegati, in fila per la distribuzione alimentare gratuita o per richiedere contributi per l’affitto. Tanti si sono affidati al passaparola in chiesa per trovare lavoro, come Debbie. Per lei si è rivelato un sistema ben più efficace delle centinaia di application spedite e tornate indietro senza risultati: “La mia istruzione mi rema contro. Coi miei due master, dicono che sono troppo qualificata, che lascerei il lavoro alla prima occasione. Prendono solo chi ha i requisiti minimi”.

Secondo Debbie c’è tantissima gente che tira avanti grazie alle organizzazioni religiose, anche se non se ne parla molto: “Molti tengono per se l’entità del proprio bisogno. Ma non c’è più spazio per l’orgoglio”.

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