Lettere ostative – dal carcere di Catanzaro

Gio­van­ni Fa­ri­na ci scrive dal car­ce­re di Ca­tan­za­ro.

Ho let­to il li­bro “Ur­la a bas­sa vo­ce”, cu­ra­to da Fran­ce­sca de Ca­ro­lis, e qual­che al­tro ar­ti­co­lo da lei scrit­to in qual­che ri­vi­sta.
Non mi pia­ce es­se­re ri­pe­ti­ti­vo, sap­pia­mo che l’er­ga­sto­lo osta­ti­vo è una con­dan­na a vi­ta, che si esce di ga­le­ra so­lo da mor­ti. Ma sen­tia­mo di­re da mol­ti “sag­gi”, che pos­so­no da­re in­for­ma­zio­ni in te­le­vi­sio­ne, che l’er­ga­sto­lo in Ita­lia non c’è.
Il Co­di­ce Pe­na­le lo pre­ve­de, ma con­ti­nuo a sen­ti­re dai “sag­gi” che vi­vo­no fuo­ri dal­le mu­ra di un car­ce­re, e lo di­co­no con con­vin­zio­ne, che nes­sun re­clu­so con­dan­na­to al­l’er­ga­sto­lo scon­ta que­sta pe­na, ma che si esce do­po po­chi an­ni di pri­gio­ne.
Il gior­na­li­sta Bru­no Ve­spa, al pro­gram­ma di San­to­ro, ha det­to che la pe­na del­l’er­ga­sto­lo in Ita­lia non c’è. Si ve­de che lui è più in­for­ma­to di chi l’ha su­bì­to e lo sta su­ben­do da tren­ta, qua­ran­t’an­ni…
La de Ca­ro­lis ci­ta spes­so un ar­go­men­to mol­to im­por­tan­te sul­l’a­mo­re, sul­la ses­sua­li­tà del car­ce­ra­to. L’uo­mo in pri­gio­ne non ne par­la per­ché si è ras­se­gna­to a vi­ve­re la ca­stra­zio­ne for­za­ta che uno Sta­to re­tro­gra­do gli im­po­ne con le sue leg­gi.
Il rap­por­to ses­sua­le con la pro­pria mo­glie, con la pro­pria don­na, è una ne­ces­si­tà na­tu­ra­le, che ogni uo­mo e ogni don­na sen­te nel­le sue gior­na­te di vi­ta. Ne­gar­lo è un de­lit­to con­tro na­tu­ra, è per un car­ce­ra­to una tor­tu­ra fi­si­ca e men­ta­le. Quan­do si ha una don­na che si ama, non è spie­ga­bi­le, non ha lo­gi­ca, la pri­va­zio­ne del ses­so che vie­ne ap­pli­ca­ta in Ita­lia. Si è con­dan­na­ti due vol­te, ed è con­dan­na­to sia il col­pe­vo­le, sia l’in­no­cen­te. È una que­stio­ne di ci­vil­tà.
Tro­ve­ran­no il si­ste­ma e qual­che leg­ge, che ap­pro­ve­ran­no in 24 ore, con la pos­si­bi­li­tà per il car­ce­ra­to di ac­cop­piar­si con per­so­na del­lo stes­so ses­so, co­sì non avran­no pro­ble­mi di spa­zio, la con­vi­ven­za nel­le cel­le tra de­te­nu­ti non sa­rà più con­dan­na­ta dal­la Cor­te Eu­ro­pea, la pro­mi­scui­tà sa­rà le­ga­liz­za­ta.
Lo Sta­to Ita­lia­no, con le sue leg­gi con­tro na­tu­ra, ha fat­to di me un ibri­do. Io spe­ro che non mi ob­bli­ghi­no a di­ven­ta­re quel­lo che non è nel­la mia na­tu­ra, un fi­noc­chio, e non mi ri­fe­ri­sco agli or­tag­gi.
Quan­do so­no en­tra­to in car­ce­re ave­vo una com­pa­gna dal­la qua­le ho avu­to una fi­glia. Ci ama­va­mo mol­to. Do­po il mio ar­re­sto ven­ne a tro­var­mi in Ita­lia, ve­ni­va dal Sud Ame­ri­ca. Ri­cor­do an­co­ra og­gi la sua sor­pre­sa quan­do ven­ne a sa­pe­re che non po­te­vo ave­re rap­por­ti ses­sua­li con lei per­ché ero in pri­gio­ne. Nel suo pae­se il ses­so in car­ce­re fra uo­mo e don­na era con­sen­ti­to.
Nel Sud Ame­ri­ca, con­si­de­ra­to dal­lo Sta­to ita­lia­no mo­ra­li­sta “ter­zo mon­do”, al­la cop­pia era con­sen­ti­to che la lo­ro unio­ne fos­se ga­ran­ti­ta an­che quan­do uno dei due fos­se in car­ce­re. Po­te­va­no fa­re ses­so, amar­si, co­me es­se­ri uma­ni nor­ma­li. Con la mia com­pa­gna de­si­de­ra­va­mo tan­to ave­re un al­tro fi­glio, che fos­se ma­ga­ri un ma­schio. Non fu pos­si­bi­le, per­ché ero in pri­gio­ne in Ita­lia.
Quan­do ven­ne a tro­var­mi in car­ce­re, e ven­ni a co­no­sce­re tut­ti i suoi pro­get­ti, il fat­to che vo­le­va con­ti­nua­re una vi­ta con me… le dis­si che do­ve­va di­men­ti­car­mi, per­ché non avrei più po­tu­to ave­re una vi­ta nor­ma­le co­me lei pen­sa­va.
Per lo Sta­to ita­lia­no non avrei avu­to un’al­tra vi­ta.
La mia com­pa­gna al­lo­ra mi dis­se che mi vo­le­vo li­be­ra­re di lei, che ave­vo un’al­tra don­na in Ita­lia… Non ave­vo un’al­tra don­na. E quan­do fi­ni­ro­no i col­lo­qui che ci era­no sta­ti au­to­riz­za­ti dal giu­di­ce (uno a set­ti­ma­na per un me­se) la sa­lu­tai e le dis­si di non tor­na­re a tro­var­mi, che non vo­le­vo ve­nis­se per me dal Sud Ame­ri­ca. Non vo­le­vo più pen­sa­re al­le sue ve­nu­te; la lon­ta­nan­za del suo amo­re non vo­le­vo più vi­ver­la ogni mi­nu­to del­le mie gior­na­te tra le mu­ra di una pri­gio­ne. Non ave­va­mo più spe­ran­za co­me fa­mi­glia.
Ci sia­mo scrit­ti per cir­ca un an­no, tut­ti i gior­ni. Col pas­sa­re de­gli an­ni poi sem­pre di me­no, fi­no a di­men­ti­car­ci l’u­no del­l’al­tra.
Non ho più vi­sto mia fi­glia. Da pic­co­li­na mi ha scrit­to qual­che let­te­ri­na. Do­po si è di­men­ti­ca­ta an­che lei di me. Ero pre­pa­ra­to al­la sua lon­ta­nan­za, ave­vo abi­tua­to il mio cuo­re a quel do­lo­re. Quan­do ri­ce­ve­vo le sue let­te­re scop­pia­va den­tro di me un’an­go­scia strug­gen­te. Non ave­vo po­tu­to ab­brac­ciar­la du­ran­te la sua cre­sci­ta, re­spi­ra­re gior­no do­po gior­no le sue an­sie di ado­le­scen­te. Nel­la mia men­te vi­ve il ri­cor­do di quan­do ave­va po­chi gior­ni e la not­te mi al­za­vo a dar­le il bi­be­ron, quan­do sen­ti­vo che si sve­glia­va. Non ri­cor­do di aver­la mai sen­ti­ta pian­ge­re. Do­po la pop­pa­ta si riad­dor­men­ta­va su­bi­to. So­no pas­sa­ti più di 30 an­ni, ma ri­cor­do an­co­ra quei mo­men­ti, quan­do mi sen­ti­vo pa­dre.
In Ita­lia una leg­ge re­pres­si­va che im­pe­di­sce di ave­re rap­por­ti ses­sua­li con la pro­pria don­na, ti al­lon­ta­na an­che dal­l’a­mo­re dei fi­gli.
So­no si­cu­ro che il mio cor­po ha avu­to qual­che scom­pen­so fi­sio­lo­gi­co, per­ché il de­si­de­rio di fa­re ses­so è mol­to for­te per un re­clu­so.
Do­po tan­te sof­fe­ren­ze, e do­po aver do­ma­to il mio cor­po, un gior­no, per non im­paz­zi­re, mi so­no det­to: da og­gi mi de­vo di­men­ti­ca­re di tut­ti gli amo­ri, la mia vi­ta de­ve sen­ti­re so­lo la so­prav­vi­ven­za del cor­po e del­la men­te. Quel­lo che mi rap­pre­sen­ta il mon­do ester­no, ol­tre il mu­ro di cin­ta, non esi­ste più. Da quel gior­no mi sen­to un mor­to che re­spi­ra, non mi aspet­to di re­su­sci­ta­re, per­ché co­no­sco be­ne la raz­za uma­na di mia ap­par­te­nen­za.
Non so­no più vul­ne­ra­bi­le. Quel­lo che non pos­so ave­re dal­la vi­ta non lo de­si­de­ro più.

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