Le pause – di Massimo Tirelli

Cari amici, ieri sera mi è arrivato in studio un ragazzo di 26 anni, con diploma di esperto informatico, che dopo “solo” 4 anni di lavoro interinale (sempre allo stesso posto) nel call center di una grossa banca (addetto alla risposta per problemi di carte di credito, ecc.) è stato assunto quale “apprendista” (!? – con rapporto di apprendistato per 4 anni!!) a stipendio ribassato del 20% dal minimo contrattuale (a seguito di accordo sindacale, mi dice che altrimenti lui ed i suoi compagni non sarebbero stati assunti) su tre turni (spesso notturni); il lavoro consiste nel rispondere al telefono collegato ad un computer che lo “richiama” se le pause – bagno (chiamate graziosamente dal computer “pause puntini”) sono troppe o troppo prolungate, o se si trattiene mediamente troppo con un cliente, ecc. Ricordo che circa 30/40 anni fa il controllo delle pause di sospensione che il lavoratore consuma per i propri bisogni furono considerate insindacabili a seguito di numerose ed univoche sentenze della magistratura dopo l’entrata in vigore dello Statuto dei Lavoratori: è proprio un tempo che si evolve. Manca una riflessione su questo (sindacale, ma anche no: questi giovani raramente si iscrivono al sindacato, che viene ordinariamente visto come il difensore dei privilegiati, quelli che hanno il rapporto di lavoro già garantito, cosa che non sempre è vera, ma così si palesa); una riflessione sulla modernità del lavoro, sul tempo, sulla disponibilità (ai giovani di cui sopra viene richiesta una reperibilità festiva con telefonino aziendale apposito compensata con € 10,00 lorde!), sul rapporto con gli altri, e sulla difficoltà di alcuni di accettare la flessibilità non garantita che richiede questa modificazione epocale. Ma si può fare diversamente, o è una battaglia persa? E la flessibilità è perdita della sicurezza o è anche, come alcuni sostengono, spinta verso una diversa idea del rapporto tra lavoro e persona, magari a volte più vivo?
(Massimo Tirelli, avvocato del lavoro)

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