La salvezza di Israele? La fine dell’occupazione

Nell’ultimo numero di Dissent, Susie Linfield (che dirige il “Cultural Reporting and Criticism program” alla New York University, dove insegna giornalismo), ha dedicato un lungo e denso articolo a un interrogativo: l’occupazione israeliana è la lineare conseguenza del Sionismo o ne è piuttosto il tradimento?

Susie inizia il articolo ricordando una recente cena in centro a Manhattan, in cui, parlando di un famoso giornalista, un ospite l’ha definito, con un disprezzo un tempo destinato ai fascisti, un “sionista”. Al che la Linfield si è inserita nella conversazione dicendo: “Beh, lo sono anch’io. Credo in uno stato per il popolo ebraico”. “Gli altri ospiti -accademici di sinistra, persone intelligenti, brave persone, alcuni dei quali non solo mi piacciono, ma li adoro- mi hanno guardato sbalorditi”. Ne è seguito un silenzio imbarazzato. L’episodio le è tornato alla mente leggendo il recente libro di Peter Beinart “The Crisis of Zionism”, che in America ha scatenato un dibattito molto acceso.

(Ma nell’articolo si parla anche di “The Unmaking of Israel” di Gershom Gorenberg, “Not the Israel My Parents Promised Me” di Harvey Pekar e JT Waldman, e “Underground to Palestine and Reflections Thirty Years Later” di I.F. Stone)

Ora, la tesi di Beinart, già editore di “New Republic”, è che il destino di Israele è indissolubilmente legato all’Occupazione –e cioè alla fine dell’Occupazione. “La sopravvivenza fisica di Israele è legata alla sua sopravvivenza etica”. Israele non può lasciar gestire il conflitto con i palestinesi alla destra e agli ortodossi. Ma per poter prendere in mano la situazione gli ebrei devono operare una sorta di slittamento della loro autorappresentazione da quella di “vittime” a quella di “attori” (che era poi la sfida incoraggiata dal Sionismo). Oggi la sfida è come vivere nel mondo da cittadini moderni e non come sopravvivere. In concreto questo per Beinart vuol dire che solo la definizione di confini chiari -e quindi solo la nascita di uno Stato palestinese- può impedire che Israele diventi una etnocrazia in cui gli ebrei dominano su un popolo di milioni di persone senza Stato, senza voto e senza diritti e in cui le stesse istituzioni democratiche israeliane vengono quotidianamente dileggiate. “La lotta per un sionismo liberal e democratico quindi… deve essere anche una lotta per soddisfare l’aspirazione dei palestinesi a un loro Stato nazionale”, è la conclusione di Beinart.

Allora, sintetizza, la Linfield, uno dei meriti di questo libro, è di fare finalmente chiarezza anche su cos’è “Pro-Israele”.

Ma davvero Mortimer Zuckerman, Mitt Romney e i Christians United for Israel sono “pro-Israele”? Si chiede la Linfield, che si risponde pure: “Per essere chiari: porre fine all’Occupazione è pro-Israele. Smantellare gli insediamenti è pro-Israele. Il ripristino di istituzioni democratiche e laiche è pro-Israele. I confini sono pro-Israele”.

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