Su Nicola Chiaromonte

Bello il fascicolo dello “Straniero” dedicato a Nicola Chiaromonte e interessante anche l’articolo di Vittorio Giacopini uscito per annunciarlo, sul domenicale del “Sole 24 ore”, anche se, quest’ultimo, qualche perplessità in noi l’ha destata. Forse perché ci siamo sentiti tirati in mezzo quando Giacopini lamenta di “vederlo -Chiaromonte- imbalsamato in stucchevoli santini, figurine, melense e scipite immagini d’accatto”. A chi si riferisce? Anche a noi visto che siamo tra i pochi che parlano di Chiaromonte? Forse no e non abbiamo difficoltà ad ammettere che a renderci sospettosi può essere la coda di paglia, da neofiti, che ci impaccia. In fondo siamo diventati “seguaci” (ma politici e non solo antipolitici) di Chiaromonte (ma pure di Salvemini, di Merlino, di Gnocchi-Viani, di tutti i socialisti umanitari e non scientifici, cioè) in età avanzata e dopo aver passato dieci anni di militanza politica nell’estrema sinistra; fatto è che di Chiaromonte, forse perché troppo impegnati a scrivere e a leggere volantini inneggianti “alle masse” e a Mao, non conoscevano neppure il nome (e meno male perché l’avremmo odiato come un bieco servo dei padroni, da editorialista “anti-68” della “Stampa”).
Ma è un altro, a dir la verità, l’aspetto che nell’articolo del Sole ci rende perplessi: nulla da dire sul “metodo di lavoro senza metodo” di Chiaromonte, del suo corpo a corpo con la realtà per capire, e sul fatto che lì sta gran parte della sua lezione, ma leggendo poi dell’“eco spenta di alcune polemiche retrive (il suo giudizio sul 68, la sua avversione per Sartre, l’amarezza e il rancore degli ultimi anni…)” e del suo anticomunismo (molto presunto, a detta di Giacopini) ma comunque “anticaglia da guerra fredda”, vien da pensare che quel suo metodo “impareggiabile”, “straordinario”, “eccezionale”, non lo sapesse poi usare tanto bene.
Polemica retriva sul 68? Beh, la sua preveggenza su come l’anima ideologicamente totalitaria del 68 sarebbe potuta sfociare in una violenza cieca e fascistoide a noi è sembrata magistrale. L’avversione per Sartre? Basterebbe ricordare il racconto che fa Gustav Herling del suo incontro “fatale” con Chiaromonte. Mentre i carri armati russi sparavano sugli operai ungheresi e al caffè Rosati discutevano su cosa si poteva fare, all’arrivo di un noto scrittore, amico di Chiaromonte, già esponente di rilievo di Giustizia e libertà, che sedendosi esordì con una battuta sulla quantità di dollari investiti in Ungheria, “Nicola diventò pallido, lo mandò via in malo modo dal nostro tavolino e per molto tempo non riuscì a placare la sua agitazione”. Non sappiamo di questioni filosofiche, ma uno così cosa avrebbe potuto provare per chi, come Sartre, non voleva raccontare agli operai di Billancourt cosa succedeva a Mosca per non demoralizzarli? Del resto l’amico di Chiaromonte era Camus, che a quei tempi non andava per la maggiore a sinistra.
Il suo anticomunismo legato alla guerra fredda? No, qui la guerra fredda non c’entra proprio nulla. Al fondo tutti loro, i cosiddetti socialisti umanitari, erano dei libertari federalisti che amavano la società e detestavano lo stato, che credevano che “il socialismo come scienza”, oltre che un’enorme sciocchezza, fosse molto pericoloso. Si rifacevano a Proudhon invece che a Marx. Nel numero 5  del 1957 di “Tempo Presente” compare questa nota a firma di Ignazio Silone: Il 17 maggio 1846, P. J. Proudhon, che allora contava trentasette anni, scrisse da Lione a Karl Marx, che allora ne contava ventotto, questa letterina: «Mio caro signor Marx, […] cerchiamo assieme, se lo volete, le leggi della società, il modo come queste leggi si realizzano, il progresso seguendo il quale noi riusciamo a scoprirle; ma, perdio, dopo avere demolito tutti i dogmatismi a priori, a nostra volta non aspiriamo a indottrinare il popolo; non cadiamo nella contraddizione del vostro compatriota Martin Lutero che, dopo avere abbattuto la teologia cattolica, si mise subito, aiutandosi con scomuniche e anatemi, a fondare una teologia protestante… Applaudo di tutto cuore alla vostra idea di far posto a tutte le opinioni: facciamo una buona e leale polemica; diamo al mondo l’esempio d’una tolleranza sapiente e previdente; ma, solo perché siamo alla testa del movimento, non facciamoci i capi di una nuova intolleranza, non posiamo ad apostoli d’una nuova religione, fosse pure la religione della logica, la religione della ragione. Accogliamo tutte le proteste, condanniamo tutte le esclusioni…; non consideriamo mai un problema come esaurito… A questa condizione entrerò con piacere nella vostra associazione; altrimenti, no!».
(Dai santi ai fanti: sappiamo bene che il comunismo è morto e sepolto e che anche il marxismo, malgrado i tentativi di rianimazione, non ha speranze di sopravvivenza, ma lo statalismo no, affatto, è vivo e vegeto e noi crediamo che resti il problema dei problemi per le sinistre di mezzo mondo. E crediamo pure che da noi l’incontro fra l’irrefrenabile passione statalista dei comunisti, ex, post, neo, eccetera, e anche, purtroppo, dei socialisti, con uno stato oltremodo centralista, oltremodo burocratico e corporativo nonché corrotto fin nel midollo, spieghi tanta parte del nostro recente passato e del nostro presente. Giacopini ci capirà allora se parole come “retrivo”, “anticaglie”, “modernariato”, sono sembrate, a noi almeno, poco centrate).
Tempo fa un nostro amico, un mutualista, innamorato di tutto ciò che si muove nel sociale, che doveva parlare a un pubblico di estrema sinistra del “partito della società”, ci disse che avrebbe citato solo Gurvitch, grande sociologo-filosofo proudhoniano, perché “Proudhon, per quelli, voleva dire Craxi”. (gs)

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