Permesso a punti

La situazione economica e politica è drammaticamente instabile. La condizione materiale di molti lavoratori e migranti diventa sempre più grave e qualche volta esplode in manifestazioni ed episodi che finiscono, se non sulle prime pagine, nelle pagine interne dei giornali importanti o in televisione. Come il caso dei lavoratori saliti e rimasti sulla gru; o sulla ciminiera. Come i tunisini del Cie di Torino che si sono cucita la bocca, cucita materialmente, con l’ago e il filo: ma non così stretta da non poter bere. E’ l’ultimo episodio di autolesionismo dei migranti in galera; più impressionante se non più sanguinoso del solito.
Gli interventi del Governo, anche quando sono presentati come misure di integrazione, si trasformano nella pratica – perché privi di mezzi, confusi, fuori tempo, affrettati – in ulteriori ostacoli sulla strada di una normale, legale, vita di lavoro.
E’ questo il caso del permesso a punti, le cui prime misure entreranno in vigore a partire dall’11 dicembre.
Le scuole, le associazioni di volontariato, i migranti, le prefetture, le questure, qualche volta in collaborazione, qualche volta in conflitto, si danno da fare -ci diamo da fare, come volontari o insegnanti- per cercare di dare un senso positivo, o almeno di ridurre il danno del nuovo ostacolo, perché di questo si tratta. Non di una ragionevole iniziativa di integrazione sociale, di un insieme coerente ed equilibrato di diritti e doveri, ma di una pratica in più, di un requisito in più, per non essere cacciati dal paese o respinti nella clandestinità, con conseguenze gravi, soprattutto per i minori.
Sulla carta, nei principi invocati per giustificarlo, il permesso a punti dovrebbe essere un insieme di incentivi e punizioni per favorire una buona integrazione: conoscenza dell’italiano, formazione alla cittadinanza, verifica di un comportamento conforme alle leggi. Purtroppo i particolari e la mancanza di tempo e di strumenti non solo creano un ostacolo in più, ma fanno pensare, anche senza essere maligni, vista anche la composizione del governo, che lo scopo reale del provvedimento sia proprio la creazione dell’ostacolo in più; sia l’espulsione, non l’integrazione.
Inoltre la stessa architettura del provvedimento è sbilanciata nel senso dei doveri senza i diritti; nel senso dell’aggiunta di requisiti e controlli in un percorso già difficile e pieno delle rovine di precedenti controlli affondati nella solita mancanza di mezzi, violazione dei tempi, contraddittorietà tra mezzi e fini.
Perché i migranti erano sulla gru? Perché non gli danno il permesso di soggiorno in quanto rei di clandestinità. Ma tutti quelli che avevano fatto domanda erano irregolari, per definizione; altrimenti non avrebbero fatto domanda di regolarizzazione. E allora come si può sostenere che l’essere stati sanzionati, senza conseguenze pratiche, in quanto irregolari impedisce di regolarizzarsi? La partecipazione alla regolarizzazione diventa una autodenuncia.
Ma veniamo al permesso a punti.
Da subito, dall’11 dicembre, chi ha una carta di soggiorno, deve dimostrare di avere la licenza dell’obbligo italiana, o superare un test di lingua di livello A2 europeo. Dal gennaio prossimo a chi ottiene un permesso nuovo vengono attribuiti 16 punti, che può perdere se commette illeciti e può aumentare superando test di lingua o frequentando corsi di educazione alla cittadinanza. Entro i due anni della durata del permesso deve raggiungere 30 punti. Il mezzo più sicuro per raggiungerli resta il superamento del test di lingua.
L’architettura generale è sbilanciata nel senso dei doveri perché si richiedono formazione civica, buona condotta, competenza linguistica – prove di buona integrazione – a persone a cui si concede solo di lavorare, senza nessuna garanzia di stabilità o diritto politico. E’ sensato chiedere la conoscenza della lingua e la formazione civica se si dà il diritto alla cittadinanza o almeno al voto locale, anche se, intanto, bisognerebbe pensare di più alla formazione civica di chi è cittadino italiano per nascita. Ma perché chiedere la conoscenza dell’italiano a un livello superiore alla pura e semplice capacità di comunicare sul proprio luogo di lavoro a chi può essere espulso tra sei mesi per disoccupazione?
Ma le cose peggiori stanno nei particolari.
Aumentare i corsi di insegnamento dell’italiano come seconda lingua sarebbe ottimo; anzi è indispensabile perché i Ctp e le associazioni non riescono a far fronte alla domanda. Chi lavora per l’uguaglianza e la sicurezza sa bene che fornire istruzione e comprensione è una necessità assoluta. Ma qui si impongono test e controlli mentre si diminuiscono i corsi; si affidano i controlli a tre università e ad una fondazione (La Sapienza, Perugia, Firenze, la Dante Alighieri) ben sapendo che non potranno che subappaltare i controlli ad enti decentrati; che le persone da controllare saranno molto numerose; che non ci sono le sedi ed i fondi per i controlli; che le prefetture, anche le più volenterose, non sono attrezzate; che molte persone -le casalinghe, gli scaricatori dei mercati, i manovali- non sono i soggetti ideali da sottoporre ad un test, non sono abituate a rispondere a test, come lo è invece, quale che ne sia la competenza, qualunque studente americano; di recente anche italiano.
Gli insegnanti si dividono tra chi vuole ridurre il danno e chi cerca il confronto; qualche volta tra lassisti e rigoristi. Ma le associazioni di volontariato sono in difficoltà, le scuole devono respingere le iscrizioni per mancanza di posti, i corsi, pubblici e privati, non bastano.
Può aver senso, con i tempi e i mezzi adeguati, separare i formatori dagli esaminatori; uniformare i criteri; garantire la qualità; anche se è strano farlo proprio per gli stranieri, nel paese della sovrapposizione generalizzata dei ruoli, e far dipendere da un test addirittura la possibilità di risiedere e di lavorare in attività che non richiedono un uso professionale della lingua.
Ma nei dettagli tutto diventa assurdo.
Siccome dall’11 dicembre ci vorrà il test per dare la carta di soggiorno, intanto è stata sospesa la concessione delle carte.
Uno dei quattro enti esaminatori, la Dante Alighieri, rischia di chiudere per mancanza di finanziamenti. La risolleveranno affidandole gli esami di lingua a livello di terza media? Intanto ci arrovelliamo e speriamo di rimediare con accordi locali di buona volontà all’imbizzarrimento burocratico.

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