Il riflesso condizionato su Israele

Sembra quasi un riflesso condizionato: ogni volta che Israele calpesta in modo plateale i diritti dei palestinesi qualcuno chiama a manifestare in difesa di Israele. Fra questi ci sono coloro che hanno scelto di vivere con uno Stato guida che li illumina sempre e comunque. Con loro è inutile tentare di ragionare: sappiamo come ci si riduce perché lo si è già visto. Poi ci sono gli altri, quelli che, pur amando Israele senza se e senza ma, pur non avendo più alcun interesse per ciò che è giusto e ciò che non lo è, mantengono una certa indipendenza di giudizio e in cuor loro sanno benissimo che, continuando a far del male ai palestinesi, Israele fa del male a se stesso. Ed è proprio questo il motivo per cui rispondono prontamente all’appello dei primi: Israele è in pericolo, non importa se per un male che lo divora dal suo interno, l’occupazione dei Territori. E più occupa e più è in pericolo e più va difeso. E sanno anche che il massimo del pericolo, ben peggiore dell’atomica iraniana, arriverà quando i palestinesi decreteranno che l’occupazione è definitiva e chiederanno di diventare cittadini della Grande Israele. A loro, però, chiediamo: dopodiché?

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