Addio Michele

Michele Pulici era nato a Riccione e aveva 65 anni. Padre di cinque figli, Barbara, Nicola, Daniele, Gloria e Roberto, aveva fatto il cartolaio fin da ragazzo, quando imparò il mestiere in negozio dalla madre; era titolare dei negozi Buffetti di Rimini. In gioventù militò in Lotta Continua dalla fondazione allo scioglimento. Fu uno dei responsabili della sede di Rimini. Pur restando appassionato della politica, per lunghi anni si dedicò solo ad opere di volontariato. Da più di dieci anni era socio della cooperativa Una Città e membro del Cda, dando un apporto, di militanza e di direzione della cooperativa stessa, spesso decisivo. Con Nadia Fabbri, la sua compagna, fu anche tra i fondatori della Fondazione Alfred Lewin. Entrato in ospedale ai primi di gennaio per un intervento all’intestino che ci si aspettava quasi di routine, purtroppo ne è uscito con una diagnosi senza speranza. E’ morto lunedì 19 febbraio.

Vorrei dire due parole sulla generosità di Michele. Era impressionante. In tutti questi anni noi di Forlì avremo cenato assieme a lui decine e decine di volte. Ebbene, non c’è stato verso di poter offrire noi almeno una volta. Ricordo sempre una sera a Forlì, quando noi, essendo nella nostra città, ci eravamo premuniti, anche con il cameriere. Il conto finì in mano mia. Continuavamo a parlare e notai che Michele si era incupito, non seguiva. Non feci in tempo a chiedere nulla che lui con un balzo attraverso il tavolo si avventò sul conto strappandomelo dalle mani. Michele era così. Un giorno orecchiò in riunione che da Napoli i maestri di strada cercavano di mandare al nord una ragazza preda della camorra e alcuni giorni dopo sapemmo che Michele si era messo in moto da solo, chiamando Cesare a Napoli, chiedendo aiuto agli amici della Ventitreesimo (la comunità con cui Michele aveva avuto una lunga frequentazione per via delle vicissitudini del secondogenito) e andandosi poi a invischiare in una storia che non finiva più. Già, ma se si parlava di ragazzi in difficoltà Michele “scattava”. Non a caso, si era innamorato dei Parent’s circle, l’associazione di familiari israeliani e palestinesi colpiti da un lutto, che ora lo ricordano in modo affettuoso anche nel loro sito.
In tutti coloro che in questi anni hanno partecipato agli Incontri del Mediterraneo il ricordo che ha lasciato in fatto di ospitalità è indelebile. Ne abbiamo avuto testimonianza. Risolveva tutti i problemi, anche i più piccoli, prevenendoli, non lasciando mai un ospite da solo, a costo di far la notte all’aeroporto o di restar senza auto per averla data al muftì di Marsiglia attratto dalle luci di Rimini. Ma Michele alla mattina alle otto aveva il negozio. Stendeva tappeti rossi a tutti, a maggior ragione se aveva davanti una sconosciuta militante femminista tunisina. E restando sempre nell’ombra, senza mai apparire. Cercava per sé solo gli oneri.
Lui e Nadia erano bravi commercianti, titolari di negozi molto avviati, ben capaci di far profitti quanto di non trarne alcuno per sé. Rendersi conto del loro tenore di vita era sempre motivo di sorpresa per chi lo sapeva imprenditore e aveva visto la sua prodigalità. Fu scelto anche come rappresentante “sindacale” nazionale dei negozianti Buffetti, impegno ulteriore e gravoso che Michele accettò a un’unica condizione: di non ricevere l’emolumento previsto. Non lo so, ma sembra quasi che Michele abbia sempre voluto tener fede al proposito di gioventù: mai più di un operaio.
Io lo criticai un giorno. Parlavamo dei negozi, della prospettiva, forse, di mantenerne uno solo e disse: “In questo caso, però, io dovrei cercarmi un altro lavoro, anche fuori Rimini, per non creare imbarazzo a nessuno, perché lì ci sarebbe solo un posto, oltre a quelli di Daniele e Roberto -i figli- e non potrei mai licenziare Nina”. Nina è la giovanissima bosniaca che Nadia e Michele avevano accolto e a cui avevano insegnato, con grandi risultati e soddisfazione personale, il mestiere.
Gli dissi: “Ma Michele, non puoi essere così paternalista, non va bene voler risolvere i problemi di tutti, non sei onnipotente… Ne va anche della libertà degli altri”. E poi parlammo di patriarchi e famiglie numerose, di modalità paterne o fraterne, di quella, a volte così tignosa, da fratello minore, eccetera. Nei giorni seguenti mi disse che ci aveva pensato… Ma adesso ci ripenso io e quella critica oggi non la ripeterei. Michele era così e ora che non c’è più io sento già la mancanza di qualcuno che sapevo che c’era, a cui potevo far ricorso e di cui mi potevo approfittare, qualcuno che vedeva le cose, e le persone, con una certa saggezza e pazienza, che non portava mai rancore… Già, la modalità paterna di Michele.

Vorrei dire ancora qualcosa sulla sventura di Michele. Il suicidio del figlio Nicola, la malattia incurabile di Nadia, la morte di Mario, l’amico carissimo, il lavoro che va male e ora… ora lui. Il tutto in quattro-cinque anni. Una sventura implacabile, inesorabile, spietata. Una grande ingiustizia che interroga sia i credenti che i non credenti. Pensando a Michele ci veniva sempre in mente la storia di Giobbe, l’uomo giusto e pio che Dio, su istigazione di Satana, con cui farà addirittura una scommessa, ridurrà in miseria, priverà di tutti i cari, colpirà nel corpo con malattie dolorose. Il tutto per vedere se avrebbe perso la fede. E Giobbe, pur restando se stesso, si ribella a questo gioco sadico e chiede conto a Dio del suo comportamento. Una sera in sede venne il discorso su Giobbe, Nadia era morta da poco, e ricordo che Michele, che non conosceva la storia, ne fu colpito e volle i particolari… Era commosso. Già, quest’uomo colpito durissimamente che si rialza sempre e trova la forza per protestare, per lottare… è un’immagine stupenda, e commovente, della grandezza umana.
Ma Giobbe almeno si salva, Michele no.
Tanta ingiustizia interroga tutti, anche noi, non credenti. Che senso ha impegnarsi, credere in ideali di giustizia, quando poi tutto è più grande di noi e ogni soluzione, ogni passo avanti, sarà sempre niente rispetto all’ingiustizia cronica che affligge l’uomo? Mah… io certo non ho la risposta. L’unica che mi viene è che la fede democratica, a me piacerebbe chiamarla anche “socialista” pensando ai grandi patriarchi e matriarche delle campagne romagnole di più di cento anni fa, la fede nell’aldiquà, per cui qualcosa si può fare, per cui c’è sempre qualcosa da fare, che riceviamo come un mandato dai predecessori, è una fede, appunto, irrazionale come le altre, ma che quando ce l’hai, e finché ce l’hai, in un certo senso non ti lascia libero, ti muove. Michele, alla prima riunione dopo la morte di Nadia, c’era, “come se niente fosse”, e penso che considerasse quello il modo per andare avanti con Nadia.

L’abbiamo visto sabato. Teneva già gli occhi chiusi, concentrato sul male. Quando gli ho portato il saluto degli altri amici, Vana, Paola, Rosanna, Giorgio, ha aperto gli occhi e, con un filo di voce, ha chiesto: “Come sta Giorgio?” (Giorgio ha passato lunghi anni in preda a un grave disagio). Ho detto: “Bene, è fuori ormai”. Ha tentato un sorriso e fatto un cenno di compiacimento con gli occhi. Come a dire: qualcosa era andato a posto. Gli restavano una trentina di ore di vita e i dolori atroci erano già arrivati.
(Intervento di Gianni Saporetti al funerale)

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