Las Fosas de Franco

Un libro da tradurre: Emilio Silva, Las Fosas de Franco, Ediciones Temas de Hoy, 2006.
“In questo paese ci sono più morti fuori dal cimitero che dentro”. L’anziano si era protetto gli occhi dal sole con la mano distesa sulla fronte e mi aveva guardato dall’alto in basso prima di rispondere alla domanda che gli avevo fatto per sapere se in quel paese vi fossero fosse comuni della Guerra Civile. Rimase a contemplarmi in modo fisso, in attesa di una reazione. Lo ringraziai e continuai a camminare, convinto che esagerasse; forse aveva solo provato a impressionarmi. Continuai a cercare altri possibili testimoni senza immaginare che quell’uomo sugli ottanta anni che camminava trascinando i piedi si era limitato a descrivere una dura realtà di cui fino ad allora non sapevo nulla. Né lui né io sapevamo che la mia vita e quella di molte famiglie sarebbe totalmente cambiata da quel preciso istante.
Era una domenica, il 5 marzo del 2000. La Spagna si trovava sulla dirittura d’arrivo della campagna per le elezioni generali che una settimana più tardi avrebbero dato la vittoria per maggioranza assoluta al Partito Popolare. Avevo viaggiato fino a El Bierzo in cerca di documentazioni per un reportage. Volevo mettermi in contatto con alcuni anziani che avevano vissuto la guerra e il dopoguerra nella zona di Pereje, il paese della mia famiglia paterna, dove mia nonna dovette rifugiarsi con i suoi sei figli dopo l’assassinio di suo marito.
Quella mattina partii molto presto da Madrid. Una volta arrivato a Ponferrada mi avvicinai fino alla casa di Arsenio Marcos, un vecchio amico di mio padre che ogni volta che mi vedeva, tra una vacanza e l’altra, mi raccontava qualche storia su mio nonno. …
I morti della guerra erano sempre stati presenti nella mia famiglia; più per il silenzio che avvolgeva i loro nomi che per le storie che li riguardavano. Il corpo di mio nonno non era mai stato recuperato. Mia nonna cercò aiuto tra le autorità politiche e religiose, ma non ottenne risposta. Arsenio aveva alcune piste riguardo al luogo dove si sarebbe potuta trovare la fossa nella quale lo avevano interrato. Mi parlava di un paese vicino a Ponferrada, sulla vecchia strada di Orense. L’uomo con cui ci eravamo accordati per parlare nel pomeriggio chiamò per dire che una questione familiare gli impediva di venire all’appuntamento. Quel piccolo incidente stravolse il programma della mia visita e comportò un cambiamento insospettato nella mia vita. Dedicammo il resto del pomeriggio a cercare di localizzare il luogo dove era stato interrato mio nonno.
Secondo Arsenio la fossa si trovava a Villalibre de la Jurisdicción, un paese che, come dicono da quelle parti, non è né una villa, né è libero, e non ha neppure giurisdizione. Attraversammo un ponte sul fiume Sil e davanti ai nostri occhi apparve il cartello con quel lunghissimo nome. Parcheggiai la macchina vicino a un bar, dove vedemmo diversi anziani che forse avrebbero potuto aiutarci. Eravamo disposti a chiedere al primo paesano che ci avesse incrociato. Fu allora che uno di quegli anziani ci spiegò la realtà: la guerra aveva lasciato molti uomini nel cimitero, ma in quegli avvallamenti ne erano rimasti molti di più.
Alcuni ci dissero di avere una fossa con due o tre persone nel proprio orto, e diversi si offrirono addirittura di andare ad aprirle con un piccolo trattore, ma noi cercavamo una fossa più grande che doveva contenere tredici o quattordici corpi. Sapevamo che il camion dove salì mio nonno trasportava quindici prigionieri e che almeno uno era riuscito a fuggire.
Visitammo diversi cimiteri clandestini fino a che ci imbattemmo in un uomo che ricordava perfettamente il 16 ottobre del 1936. Allora aveva appena dodici anni, quella notte si era svegliato angosciato dal rumore di numerosi spari e assieme al fratello era corso al letto dei genitori. L’uomo si avvicinò a noi sulla strada e ci segnalò un punto all’entrata di un altro paese, Priaranza del Bierzo, che si trovava ad appena 300 metri da lì. “Appena prima di arrivare alla prima casa, vedrete uno svincolo sulla destra. Gli spararono proprio nel podere che si trova tra le due strade. I miei genitori non mi lasciarono andare, però molti bambini della scuola ci andarono con il maestro per vedere come li interravano”. Un paesano ci accompagnò, e mentre raccontava ad Arsenio alcune storie su altre esecuzioni che conosceva, io camminavo davanti e sentivo un’ansia crescente di fronte alla possibilità di trovare il corpo di mio nonno. Proprio arrivando all’incrocio delle due strade, vidi un uomo sulla settantina che arrivava passeggiando, con le mani incrociate dietro la schiena. Gli dissi: “Lei mi deve aiutare”. Lui mi rispose con tranquillità: “A fare cosa?”. “Vedrà, è che sto cercando una fossa comune della Guerra Civile dove si trovano i resti di mio nonno, assieme a quelli di altre tredici persone”. Allora l’uomo liberò le mani che teneva incrociate dietro la schiena, e segnalò verso l’avvallamento, proprio all’incrocio delle due strade, e disse: “E’ lì che si trovano, proprio sotto quel noce”.
Provai un’emozione immensa. Mi avvicinai all’albero e appoggiai le mani sul tronco, come se in quel modo potessi comunicare con quegli uomini che erano morti assassinati in una notte spaventosa, ormai molti anni prima. Cercai di immaginare quello che poteva esserci sotto terra. La reazione di Arsenio fu più rabbiosa della mia e maledisse gli assassini che avevano lasciato quei poveretti “buttati lì, come fossero cani”. Chiedemmo al vicino chi era il proprietario di quel podere. Ci disse che il proprietario era morto e ci raccontò che dal giorno in cui erano stati interrati lì, avevano smesso di coltivare quella terra per rispetto ai morti. Pensai che, in una zona così vicina alla Galizia, la superstizione era un fattore importante nel rapporto tra gli abitanti di quei paesi e le fosse comuni. Poi appuntai il nome e i cognomi dell’erede, e dopo essere rimasto qualche minuto in silenzio, ce ne andammo.

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