I ragazzi di Napoli…

I ragazzi di Napoli… Abbiamo assistito a un seminario dei maestri di strada napoletani. Ecco uno stralcio.Cesare. Questo discorso della criminalità giovanile dovrebbe uscire dai luoghi comuni, perché sistematicamente si sente dire: ma questi fanno delle cose che prima non si facevano. In primo luogo bisogna riconoscere che ci sono delle costanti, che gli atti delinquenziali giovanili fanno parte di un processo di sviluppo e questo c’è sempre stato. C’è un problema evolutivo: io voglio crescere, voglio diventare grande, mi sto separando da te. Non lo so fare in forme civili, lo faccio in forme delinquenziali. Il secondo aspetto è la forma che assume questa cosa: sta nei limiti? E’ l’inizio di una carriera? E’ una smargiassata? Il caso della ragazzina che ha rubato il telefonino è straordinario, perché parliamo di una delle persone più quiete, e invece s’è rubata un telefonino. E non c’è dubbio che comunque in città si vive un clima per cui il quindicenne che rapina col coltello, non dico l’amico, ma il vicino, del telefonino, è una cosa diffusa, che si respira, non è neanche più percepito come una trasgressione. Nel momento in cui tu pigli il telefonino per qualcun altro, per rivenderlo, già cambia il significato…Poi è chiaro che se tu stai in un contesto grosso modo di legalità, di rispetto delle regole, l’atto di delinquenza giovanile rimane isolato, ma se tu stai in un contesto criminale in cui gli altri sono lì in attesa che qualcuno cresca abbastanza in capacità criminali per metterti al lavoro…
Francesca. E t’inducono.
Cesare. Io non lo so. Io tante volte questo non l’ho visto. Io so che ci sono dei ragazzi che fanno i criminali e poi si presentano all’arruolamento. Cioè stanno gridando ai quattro venti che loro sono capaci. L’induzione l’abbiamo vista nel caso di XXX, ma lì i genitori l’hanno regalato ai camorristi che andavano in carcere…
Francesca. Se non chiami induzione questa, va bene. Però, ad esempio, XXX, dopo che è stato arrestato e ha deciso di tirarsene fuori, racconta dei ragazzi che frequentava prima di finire a Poggioreale che gli girano attorno provocandolo…
Cesare. Tra ragazzi e ragazzi non c’è dubbio che c’è induzione. Ma questo anche fa parte delle dinamiche giovanili. Io però sto parlando dell’uomo di 40 anni che si “corteggia” il ragazzino per farlo diventare criminale. Allora nel caso di XXX è proprio quello che è successo. Però è stato un amore reciproco. Il problema è che XXX lo cercava perché il criminale gli dava quell’identità che la madre gli negava. Perché a 19 anni questo senza lavoro, senza niente, non era nessuno. Il criminale gli dava la motocicletta, la cocaina, gli dava gli incarichi, gli diceva fammi i servizi, a quel punto…
Però io insisto che l’elemento decisivo è il fatto che lui ci voleva andare. Là cinquanta volte la mamma s’è messa in mezzo, minacce, ecc. ma lui ci voleva andare, soprattutto perché respinto da altre parti… perché voleva sfidare… lui competeva con il padre morto…
Ciro. Anch’io da piccolo mi sono trovato di fronte a due persone che comunque rappresentavano… A 14 anni nel palazzo ce n’era uno, che aveva commesso diversi omicidi, chiuso in un bunker che mi insegnava a confezionare la cocaina. L’altro, pure lui cresciuto senza padre, mi aveva preso a cuore e quando mi vedeva diceva: “Questo che ci fa qua?”. Cioè litigavano: uno che voleva allontanarmi e l’altro che voleva la mia compagnia e mi insegnava a fare queste cose… e per fortuna che c’era quello che voleva cacciarmi, perché a me piaceva andare… E’ così, ci sono quelli che ti mettono sotto il palazzo a fare il palo e quelli che non vogliono. E poi ci sono pure i ragazzi che fanno di tutto…
Cesare. E poi c’è un’altra cosa. Questi signori, agli arresti domiciliari, spesso hanno bisogno di qualcuno con cui parlare. E poi hanno bisogno di un giovane come sono stati loro, a cui restituire… non un proselite, che è già un concetto criminale, hanno bisogno di una restituzione, di qualcuno che riconosca la loro importanza, il loro ruolo… In famiglia non lo possono fare, insomma mettetevi nella situazione di un padre che tiene un figlio a cui non solo non può dire cosa sta facendo, ma con cui non può avere alcun confronto vero. Allora trovare un giovane che risponde… Del resto in carcere che accade? Acchiappano i giovani e gli dicono: “Accusati di un delitto, noi l’abbiamo fatto all’inizio della carriera, mo’ lo fai tu, poi qualcun altro lo farà per te”. Uno dei modi di reclutare è questo: che tu ti accusi falsamente. Probabilmente anche lui si è autoaccusato di omicidio. Ma lui e quelli come lui sono ragazzi totalmente abbandonati. Lui era senza padre e la madre, nel momento più grave, si era messa a spacciare cocaina praticamente sotto la caserma dei carabinieri, così l’hanno arrestata e lui è rimasto completamente abbandonato.
Allora, la famosa frase: “ma da me nessuno mai si viene a prendere un caffè”… Il problema è che all’inizio c’è proprio questo bisogno umano, prima che criminale, di avere dei seguaci. Perché quando non puoi trasmettere niente ai figli, o uno si immagina che questi siano dei mostri totali, appartenenti a un’altra razza, oppure hanno i nostri stessi sentimenti e le nostre stesse emozioni. Solo all’interno di un contesto di crimine. Allora la signora che dice: “Da me nessuno si viene a prendere il caffè”, una signora di una grande famiglia camorristica, cosa sta dicendo? Che ti vuole reclutare? No, sta dicendo che vuole uno che vada a prendersi il caffè con lei. Il problema è che se il caffè da lei se lo va a pigliare la professoressa Carla, la cosa rimane senza conseguenze, ma già se c’andava Ciro 15 anni fa, da un caffè piano piano si sviluppava un’altra cosa… Ma loro all’inizio lo fanno sinceramente, emozionalmente…
Ciro. A San Giovanni noi abbiamo avuto a che fare con queste signore, praticamente tutte mogli di mariti carcerati o ammazzati. Noi arrivavamo, prendevamo i bambini… negli anni in cui ci abbiamo lavorato ci hanno confidato di tutto, una fiducia estrema. Il nostro messaggio era sempre chiaro: noi veniamo qui a prendere il bambino, perché vogliamo separare la vita dei grandi da quella dei piccoli, cominciamo dai vostri figli e poi andiamo da quelli della signora accanto. Loro sapevano che noi eravamo contro la camorra, però andavamo nelle loro case a prendere il caffè, certo rimanendo educatori… Ecco, ancora adesso, quando passo da quelle parti, ci saltano addosso: “Fermati, vieni…”. Loro sapevano che tu andavi là per portare i ragazzi a scuola… Che poi gli chiedevi: “I maschi di famiglia come stanno?”, “Metà dentro e metà fuori”. Per XXX io sono andato dalla figlia del boss: “Guarda che io lo accompagno a scuola, tu mi devi aiutare in questo”, nel senso non te lo mettere sotto il palazzo. Quella sai che disse? “Ciro, tu avanti e io dietro di te… Guarda ti sto dicendo una cosa che va contro di me, però il ragazzo te lo lascio stare”. Loro capivano il nostro messaggio.
Cesare. E’ successa una scena incredibile, dal salumiere sotto casa nostra che è stato sparato due o tre volte da un rapinatore… Una ragazzina, sempre di una di queste famiglie, che è stata nostra allieva, incontra Carla dal salumiere, e quindi abbracci e baci. Ebbene, silenzio di tomba nella salumeria e tutti che ti guardano così… perché per loro che si abbracciasse la “notoria rappresentante”… Ma quella è una ragazza, è solo “figlia di”. Non solo non è criminale, ma probabilmente non lo potrà mai diventare, probabilmente è già sotto psicofarmaci, quindi non stiamo parlando dei criminali, ma della figlia del criminale, che tra l’altro non ha nemmeno i requisiti per diventarlo…
Questo per dire che ci sono dei bisogni umani anche nel peggiore dei criminali…

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