“Per favore questo non chiedetemelo”

Riceviamo una lettera di protesta di un lettore a proposito del servizio sui martiri e l’islam, nel quale non si pronuncia una condanna morale del terrorismo e, a proposito dell’intervento su Sharon, in quanto non mette in risalto né le responsabilità dei paesi arabi nel non raggiungimento della pace né quelle di Arafat che rifiutò le proposte di Barak che concedevano ai palestinesi il 98% dei territori. L’accusa, quindi, è quella di una mancanza, grave, di equidistanza.
Pubblichiamo la risposta del coordinatore della rivista. L’argomento è alquanto spinoso e a mettere nero su bianco si ha sempre una qualche titubanza. Intanto sui martiri: beh, lì si cerca di capire il fenomeno da un punto di vista storico, sociologico, psicologico e, infine, ideologico. In un contesto simile non credo sia necessario “condannare moralmente”. E’ scontata questa condanna da parte nostra? Pensiamo proprio di sì, anche se “capire” (che, come si dice, non significa giustificare) esclude anche il “demonizzare”. Ogni demonizzazione (fosse pure quella dei nazisti) sposta il giudizio in un ambito metafisico e impedisce per l’appunto di capire, di confrontarsi, di comparare (molto imbarazzante, per me almeno, la comparazione coi militanti dell’estrema sinistra degli anni ‘70 che fa Roy, ma oltremodo interessante; se si pensa invece a un ragazzo spiritato, telecomandato, ansioso e convintissimo di trovare di lì a poco 70 vergini, lo allontaniamo da noi irrimediabilmente, facendolo diventare un comodo alieno ostile, su cui poter scatenare tutta la nostra potenza difensiva). Molto importante, poi, moralmente, e anche politicamente, riuscire a tener divisi il ragazzino palestinese o la giovane vedova cecena dal giovane rivoluzionario saudita di buona famiglia che si butta sulle Torri (cosa che l’insipienza terribile di Bush e compagnia non ha capito). Ma, sempre per rispondere alla questione morale: sul ragazzino palestinese forse è necessario saper distinguere, per usare un’espressione stantia ma sempre buona, la malattia dal malato. Colpire in modo indiscriminato dei civili è moralmente da condannare in ogni caso, ma quando noi abbiamo chiesto ripetutamente a El Sarraj, psichiatra palestinese che ha lasciato uno studio affermato a Londra per andare ad assistere i ragazzini di Gaza, un democratico a suo tempo imprigionato anche da Arafat, se se la sentiva di condannare quel ragazzino, s’è tirato indietro, quasi a dire: “per favore questo non chiedetemelo”. Mi fermo anch’io. Questi sono ragazzi o ragazze cresciuti sotto un’occupazione orribile, che hanno visto il loro padre doversi umiliare di fronte a un ragazzo in divisa di 18 anni, che, a un dato punto, forse reclutati da adulti (che, loro sì, meritano un disprezzo totale) ma a volte no (quasi un’intera squadra di calcio di una “parrocchia”, per emulazione degli amici che morivano… Pensiamo ai nostri ragazzi, quante scelte fanno per “contagio”, per emulazione, per idealismo anche) vanno a dare la vita per vendicare offese, reali o immaginarie, alla propria famiglia o al proprio popolo. (A proposito dell’umiliazione dei padri: viene in mente, nei Karamazov, quando Dimitrij umilia, e per pura leggerezza -ha fretta, è per strada- un uomo di fronte al figlio ragazzino, e poi, accortosi di quel che ha fatto, accetterà, senza difendersi, di essere condannato innocente, per parricidio… Ho sentito il solito Ferrara in Tv interrompere il palestinese che voleva far presente cosa fosse un checkpoint sbottando: “Sì, sì, l’umiliazione dei padri, eccetera, eccetera, sappiamo”. Come dire, “le solite sciocchezze…”).
Sami Adwan raccontava di aver sentito una madre israeliana dire in un’assemblea: “Io sono terribilmente triste, e sento ancora un grande dolore -ha perduto la figlia in un attentato palestinese- e tuttavia provo un senso di sollievo a sapere che l’assassino di mia figlia sia morto anch’egli. Ad essere onesta mi chiedo però come debbano sentirsi le madri palestinesi sapendo che gli assassini dei loro figli o figlie sono ancora vivi e liberi, senza nemmeno la paura di essere portati in tribunale”.
Un ultimo punto in questo sproloquio confuso. Se parliamo di morale ci dovremo anche chiedere chi sia più moralmente riprovevole, quel ragazzo che va a morire per far morire dei civili innocenti in una guerra asimmetrica (in cui la potenza, cioè, è tutta da un lato) o il soldato israeliano che per colpire un dirigente di Hamas o della Jihad attacca con missili un condominio provocando consapevolmente la morte di civili innocenti, o ancora quei soldati israeliani che a Jenin intimano lo sgombero di un palazzo in tre minuti e non danno retta alle donne che dicono che lassù c’è un uomo in carrozzella… (sono fatti riportati da fonti israeliane, ovviamente, come del resto è la versione israeliana di Jenin, per numero di morti, eccetera, quella più esatta).
Sull’altra questione, brevemente. Gli stati arabi, che fra Settembre Nero e Tall El Zhatar hanno massacrato più palestinesi di Israele, non possono mai diventare l’alibi dell’occupazione dei territori. E’ l’occupazione dei territori con implacabile colonizzazione ad avvelenare tutta la vicenda, speriamo non irrimediabilmente. Anche dopo Oslo, dopo Camp David, gli insediamenti sono andati avanti. E allora cosa dovevano pensare i palestinesi? D’altra parte al pianterreno della sede del Likud c’è la descrizione esatta di qual è, da sempre, il programma della destra: dal mare al Giordano, punto. Ma è la prima volta nella storia che si pratica un espansionismo senza volontà di assimilazione. Cosa si fa delle popolazioni residenti?
Su questo abbiamo già scritto: alla fine, se si sarà usata la Shoà, della quale i palestinesi non sono minimamente responsabili, per rendere definitivo uno statuto da sottouomini per un gruppo etnico (uno staterello che non è uno stato, dove si dovrà chiedere il permesso per andare a trovare un cugino, che non avrà l’acqua, che non potrà avere un esercito, ecc. ecc.) e questo nell’indifferenza generale del mondo, si sarà commessa un’ingiustizia atroce che griderà, appunto, e purtroppo, vendetta per decenni. Già Hannah Arendt, se non sbaglio, preconizzava solo problemi da una tale occupazione…
Poi si può discutere di tutto, delle proposte di Barak (che non sembra fossero reali, e a dirlo sono stati commentatori americani insospettabili) o della corruzione mostruosa di Arafat e soci (che invece sembra realissima) o della sua collusione con gli attentati (verosimilissima), degli errori e dei crimini degli uni e degli altri, ma quello resta il punto cruciale: l’occupazione dei territori. Del resto, se il problema fosse quello della sicurezza di Israele ma perché non ritornare sui confini del 67 (con correzioni concordate) e poi, allora sì, al primo, o ancor meglio al secondo attentato (che a quel punto non potrebbe che avere il segno della volontà di distruggere Israele) bombardare tutte le costruzioni e le infrastrutture (previo preavviso ai civili) che nel frattempo i palestinesi avessero costruito con fatica e sacrifici? Allora sì, che ci sarebbe la legittimità a colpire.
Abbiamo dei dubbi sul fatto che a quel punto a combattere e debellare il terrorismo provvederebbero gli stessi palestinesi?

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *