La paura della paura degli altri…

Da Una città n. 39, marzo 1995

Una malattia tradita dalla borghesia e dalla cultura. Il rischio di creare ghetti per moribondi. Le devastazioni prodotte nelle famiglie e nell’opera di prevenzione dall’immagine dell’ammalato come appestato. La paura della paura degli altri… Intervista a Ulla Barzaghi

A quella data, fine ’86, avevamo già fatto il nostro bravo percorso attraverso i pregiudizi, avevamo imparato a vivere serenamente accanto a un figlio omosessuale, io avevo assorbito anche lo shock di pensarlo in pericolo. “Oddio, gli altri gli faranno del male?” è la domanda che tormenta una mamma.

A quella data Enrico si è scoperto sieropositivo. Mio figlio non aveva pensato di essere un soggetto a rischio perché aveva un partner fisso, che frequentava regolarmente la nostra famiglia, però questo non era bastato, perché anche il suo partner avrebbe dovuto fare il bravo e invece era un po’ birbante. E non lo dico per recriminare, ma per spiegare come mai mio figlio avesse fatto il test soltanto in quella data. Non si sentiva bene, i linfonodi erano ingrossati e infatti il suo periodo di sieropositività è stato molto breve: un anno. In quell’anno avevo davanti un figlio che si stava ammalando, me ne rendevo conto, ma gestivamo tutto da soli ed è stato un anno davvero spaventoso, il più spaventoso della mia vita. Un anno passato sopportando in silenzio, senza confrontarmi, senza parlare con nessuno, un anno che pagai anche fisicamente. Avevo forti disturbi alla gola, il solito nodo in gola che non andava né su né giù, avevo incubi notturni in cui lo vedevo assalito dagli altri, ferito per terra, col sangue che scorreva e tutti che scappavano, mi svegliavo tutte le notti in un bagno di sudore. Noi naturalmente avevamo deciso di stargli accanto e di proteggerlo con il nostro silenzio. Avevo paura della paura degli altri: avrebbero leso la dignità di mio figlio? Avrebbe potuto condurre una vita normale uscendo di casa e incontrando lo sguardo terrorizzato del vicino? Poi c’era la mia ignoranza sul tema, su tutto l’argomento. Ricordo molto bene che le prime informazioni le avemmo dall’Espresso, in un allegato scientifico particolare. Appresi da quel giornale quali sono le malattie che si prendono quando diminuisce la difesa ed era buono in tante cose, ma poi c’era come un casellario in cui a ogni malattia corrispondeva il tempo presunto di sopravvivenza. Ma quanto può vivere ancora tuo figlio era un’informazione scientifica necessaria? Quando uno ha un tumore i giornali non ti elencano tutto quello che potrebbe capitarti. Perché entrare in quei particolari? Specialmente in un giornale di informazione politica e cultura fu una cattiveria gratuita, che fece male a tanta gente. Ancora tempo dopo, quando già ero impegnata, i telefoni squillavano spesso: “Ha una macchia, significa che gli restano solo quattro mesi?”. C’è un modo irrispettoso di trattare l’argomento Aids, come se chi ne è colpito non avesse paura della morte o, peggio, fosse già sepolto. Ricordo una trasmissione alla Rai con la telecamera che viaggiava fra i malati: la colonna sonora era il requiem di Mozart. Nell’estate dell’87 qualcosa cambiò la nostra vita. Avevamo regalato un biglietto per l’America al figlio, col resto della famiglia eravamo stati in Puglia dove abbiamo un trullo e poi mio marito mi aveva anche invitata a fare un viaggio in Spagna: insomma, tra una cosa e l’altra, erano tre mesi che non vedevo mio figlio. Tornando dalla Spagna, alla frontiera mio marito mi disse: “Guarda, Ulla, che a Chicco è stato diagnosticato l’Aids. Volevamo regalarti ancora un’estate serena e quindi abbiamo tenuto questo segreto per noi. Adesso però lui torna dall’America, tu torni a Milano, te lo dovevo dire”. In quel momento pensai: mio marito è più anziano di me e ha la pressione alta, mio figlio è malato e devono avere paura di dire le cose a me? Allora che ruolo ho in questa famiglia? Il ruolo della mamma addolorata? Di quella protetta dalla censura perché impreparata a condividere con gli altri? Successe proprio tutto in cinque minuti e mi dissi: mai più che le persone a me care debbano essere costrette al silenzio dal mio dolore. Beh, quel giorno cominciò il nostro percorso per stare qualitativamente bene accanto a nostro figlio. Senza fare gli eroi, senza far finta di niente, ma offrendogli quella normalità che a lui piaceva tanto. A lui come a tutti noi piaceva stare insieme in famiglia e noi potevamo offrire solo questo, nient’altro. Poi cominciò il calvario: dentro l’ospedale, fuori dall’ospedale, le macchie che si ingrandivano e cominciavano a vedersi. Lui ormai portava a spasso la malattia, ma i vicini di casa non se ne rendevano conto ancora. Perché? Perché l’immagine del malato di Aids era stata stigmatizzata in quella del povero disgraziato, di uno che non si fa vedere, che viene buttato fuori di casa, di un appestato, insomma. Un individuo normale che cerca di tirare avanti il più possibile e con dignità non era preso in considerazione. Quindi mio figlio non poteva avere l’Aids, credevano alla storia del tumore della pelle. Invece poi la notizia scappò perché qualcuno dell’ospedale aveva chiacchierato con una vicina di casa. Un giorno mio figlio, tornando a casa, mi disse che una signora che sta di fronte a noi, al suo saluto aveva voltato bruscamente la testa dall’altra parte. Gli dissi: “Tesoro, qui ci siamo. Però aspettiamo, vediamo un po’, non è detto che lo dica in giro”. Invece, caro mio, dopo due o tre giorni… Queste cose si percepiscono, si riconoscono quegli sguardi confusi fra pietà e paura. Ma devo dire che per quanto avessi le orecchie tese come una belva pronta a colpire chi avesse osato offendere mio figlio, non sentii segni di ostilità, solo quel senso di confusione che prova la gente che è impressionata. Allora in famiglia ci riunimmo in una specie di consiglio di guerra e decidemmo di raccontarlo a tutti, per tentare di trasformare quella loro paura, quel pettegolezzo, il loro non sapere, in conoscenza. Proprio in quei giorni di attesa una mia amica che sapeva tutto mi disse: “Guarda che oggi mi hanno chiesto se è pericoloso salire in ascensore con Chicco”. È lì, di fronte a domande del genere, che noi rischiamo di fare lo sbaglio di reagire male. Quando io racconto questo fatto, la gente dice subito: “Che cattiveria!”. Ma perché cattiveria? Non è una cattiveria domandare se è pericoloso. Perché dev’essere considerata discriminatoria una domanda così? Diamogli una risposta, diciamo loro che non è pericoloso. Forse apriremo un varco. è anche naturale che immediatamente la gente si chiuda a riccio. E se la situazione è così, la colpa è anche dei malati di Aids e delle loro famiglie. Scelsi bene la mia prima vittima: una signora frequentatrice della parrocchia, madre di tre figli come me, con cui avevo buoni rapporti, che aveva un suo ruolo nel vicinato. Le dissi tutto: che mio figlio aveva l’Aids, che era omosessuale, che ero disperata, che vivevo nel terrore che la gente potesse isolarlo e chiedevo il suo aiuto e il suo impegno nel vicinato e con le altre persone. Beh, fu la decisione vincente. Nelle 24 ore successive vennero tutti a trovare mio figlio, alcuni si impegnarono pubblicamente, e in seguito avrebbero addirittura partecipato con me alle prime interviste televisive. Da quel giorno è iniziato l’impegno mio, di mio figlio e di tutta la mia famiglia. Anche farci vedere in tv non fu una decisione facile da prendere perché mio marito lavorava come architetto in un ufficio con altre trecento persone e il suo è l’unico introito che abbiamo in casa, quindi non si poteva giocare con questo. Invece poi andò tutto bene. È molto importante come uno si porge alle persone. Mio figlio poi cominciò a immedesimarsi bene in questo ruolo, divenne un po’ il protagonista della sua malattia, e noi l’abbiamo favorito perché avevamo visto che questa era una cosa importante, che gli riempiva la vita, lo conservava come persona integra, senza farlo cadere preda della malattia. Mio figlio ha vissuto con grande serenità fino alla fine. Ho sempre inteso il volontariato in modo un po’ particolare. Ho assistito dei malati, ma perché erano diventati miei amici. Non ero la volontaria che andava, ero l’amica che andava. Un’amicizia anche concreta, certo: andiamo a pulire la casa, andiamo a far compagnia ai malati, ma non mi piace l’idea del malato povero disgraziato, senza famiglia, perché non è vero. Entrando nelle famiglie, nel caso che la persona sia sieropositiva o malata e anche omosessuale, cerco almeno di demolire quell’ansia che è in più. E siccome non sono un camice bianco o una della Usl, ma una madre di fronte a una madre, ho buone chance di essere ascoltata. Credo di aver fatto un buon lavoro, ne vado orgogliosa. Uno dei miei compiti è anche quello di insegnare alle persone a essere autosufficienti il più possibile, a rivolgersi al volontariato ma per fare un percorso insieme. E poi cerco di aiutare la madre a non essere la mamma addolorata accanto al figlio, ma a mettersi di fronte a lui come persona. Sono inciampata tante volte nella situazione in cui il malato diventa una cosa quasi secondaria, mentre il primo posto lo prende il dolore della mamma. Situazioni in cui tutti, anche il malato che magari sta morendo, stanno zitti perché la mamma soffre, come se la mamma avesse una specie di immunità diplomatica, come se andasse risparmiata. So di parlare in modo crudo, ma bisogna stare insieme come persone, invece tanti tirano avanti creandosi dei ruoli che si induriscono e che isolano. Naturalmente ci vuole tempo a capire e finché uno non ha capito non può essere utile. Perché andare lì a compiangere lo possono fare tutti, è facile, ma anche andare lì a fare la brava fata rendendoli magari dipendenti da te è un errore gravissimo. Entrare in una famiglia, cercare di capire dov’è la grinta, come posso aiutare a tirarla fuori, a reagire, a crescere, è questo che ho sempre cercato di fare: usare il dolore come fattore di crescita. Ora però ho una posizione un po’ critica sul volontariato. Mi ero lanciata con un entusiasmo grandissimo, con grande fiducia in me stessa: “Cambio il mondo”. Il volontariato allora stava esplodendo e che nel tempo libero, invece di sbattersi in qualche stupidata, ci si dedicasse al proprio prossimo, non con pietà ma per aiutarsi a crescere insieme, la ritenevo una cosa molto bella. Una cosa che, oltre a far bene a se stessi, fa bene alla società in quanto aiuta a prendere coscienza, a formare una coscienza civica. Ma adesso sono delusa, perché il volontariato viene inquadrato in grandi baracconi la cui gestione rischia poi di mangiarsi tutti i fondi che vengono raccolti. Mi chiedo, per fare un esempio banale, se nella sede di un’associazione di volontariato al secondo piano di un palazzo con scale dai gradini alti così, arriverà mai un malato di Aids. è così che si stabilisce un contatto umano con le persone? Dall’altra parte sembra che a volte si usi il volontariato per fare politica: abbiamo visto associazioni schierarsi alle elezioni, andare ai comizi politici e, francamente, con tutte le ragioni, mi sembra che ci si allontani dal proprio compito. Temo che ne vedremo tanti, di questi benefattori, in carriera politica. A me sarebbe piaciuto un volontariato un po’ senza colore, per affiancarsi ai cattolici che fanno i lavori migliori ma che intervengono più sugli effetti, mai sulla causa. E questo è l’aspetto che più mi interessa perché sembra che la dignità del malato non venga in mente a nessuno. In certi casi sono le stesse comunità dove vengono parcheggiati i malati a sfasciare le famiglie. Perché un malato deve essere tolto dall’ambiente in cui si era svolta la sua vita? Perché deve andare in un ambiente estraneo dove si raccolgono i moribondi, per di più tutti della stessa malattia? Se uno ha la fortuna di sopravvivere sei, sette, otto mesi, sa quanti ne vede morire? No, il mio obolo non lo do per questo, per offrire alle persone questa fine della vita. Perché, dove c’è, non affiancare la famiglia, andandoci a casa, aiutandoli a far compagnia al malato e se mai a fare anche le pulizie? Questo lo possiamo fare, abbiamo la gente disposta a farlo. Le comunità sono indispensabili per tanti, non perché hanno l’Aids, ma perché hanno alle spalle una vita difficile che risale a prima della malattia. Ho dei dubbi anche su un altro aspetto del volontariato: quello dei medici, dei cosiddetti divi dell’Aids; medici degli ospedali, che spesso hanno un impegno clinico-universitario. È giusto che mettano su un’associazione di volontariato, usando la loro immagine professionale, per offrire un servizio fuori dalle strutture pubbliche invece che all’interno, dove loro sono responsabili? Ed è giusto costringere un malato a usufruire della beneficenza? Noi siamo al corrente di storie vergognose rispetto al comportamento dei medici, ma non possiamo mai fare niente perché le vittime non parlano. è giusto che tramite il volontariato ci si rivolga al grande medico che chiede mezzo milione per prescrivere una radiografia a un paziente che sta morendo? A un paziente che non ha bisogno di alcuna capacità diagnostica particolare perché per l’Aids le cure arrivano prefabbricate dall’America? È giusto sfruttare così dei genitori che farebbero qualsiasi cosa per offrire di più al figlio che sta già morendo? I genitori dopo aver seppellito il proprio figlio si troveranno venti, trenta milioni da pagare e andrà via tutto quello che hanno risparmiato in anni. No, se vengono da noi vanno negli ospedali pubblici! In realtà l’Aids è diventato il concentrato di tutte le disgrazie, di tutti i dispiaceri, di tutti i problemi di questa società! È una malattia che è stata tradita dalla borghesia, dal mondo della cultura. Oggi la gente memorizza quello che vede, l’informazione è molto visiva, e il fatto che non si veda mai un politico, quasi mai uno di “famiglia bene”, che parli serenamente dell’Aids, che si vedano sempre e solo i poveretti, persone che culturalmente hanno dei problemi, ha effetti tremendi. Diventa inutile dire che l’Aids riguarda tutti. Perché su Moana Pozzi si specula che abbia avuto l’Aids quando invece non l’ha avuto? Perché? Perché si scelgono i personaggi come se fosse una malattia a luci rosse. Certo, viene trasmessa sessualmente, ma il sesso lo si fa in tutte le categorie. Se i sieropositivi sono trecentomila -e sono molti di più perché tutta una fascia di eterosessuali non sa di esserlo- hanno seicentomila genitori, fanno novecentomila persone. Aggiungiamo il partner o il coniuge e ci rendiamo conto di quanto grande sia il numero delle persone che vive nascosto, terrorizzato da drammi pazzeschi. Malgrado ciò si continuano a vedere solo poveri diavoli che non hanno niente da perdere. Io al telefono devo dire: “Arriviamo di nascosto”. Fra un po’ non potrò più fare la volontaria perché nei condomini mi riconosceranno e, non so, anche i medici andranno mascherati, nella Milano bene. Vedere l’Aids come una malattia della povera gente o di gente che ha una vita sessuale molto irrequieta è un gravissimo errore anche dal punto di vista della prevenzione. Andando nelle scuole mi sono accorta che i ragazzi sono convinti ancora oggi che l’Aids non li riguardi, che riguardi solo tossicodipendenti e omosessuali. Però le statistiche più recenti dicono che si sta diffondendo tra i giovanissimi. Perché dobbiamo far correre dei rischi ai nostri giovani? Ma poi trovo pericolosissimo per le donne lasciare questo spauracchio in mano ai benpensanti, alla destra fascista o al mondo cattolico integralista. Si vedono segni di integralismo dappertutto, in America si cominciano ad ammazzare i medici abortisti. Il peccato e la vergogna stanno diventando di nuovo un punto sul quale premere, sul quale acquisire potere. Bisogna fare molta attenzione. Anche in tv, ultimamente, ho grosse difficoltà. Non ho più accettato niente, perché devo andare lì a fare la “mamma addolorata”. Io sono anche una donna che ha un’esperienza come volontaria, che ha un’idea, che vorrebbe raccontare ciò che sto raccontando qui, non devo far piangere la nazione perché sono brava. Hanno osato addirittura chiamarmi una “madre coraggio”. Mi sono detta che la reputazione della madre doveva essere caduta ben in basso se si crede che ci voglia coraggio per fare una cosa normalissima e mi son vergognata di essere paragonata alle donne che testimoniano contro la mafia. L’ultima trasmissione a cui ho partecipato è stata Dove sono i Pirenei, il tema era “Aids e famiglia”, avevo visto la trasmissione, mi sembrava simpatica, ero contentissima e così mi sono trascinata dietro anche un’altra mamma, la mamma di Adelaide, una ragazza deliziosa morta l’anno scorso. Ci siamo dette: “Finalmente abbiamo uno spazio per parlare”. Quando siamo entrate hanno voluto che ci mettessimo addosso le coperte commemorative. La Maria mi ha guardato e quasi le veniva da piangere. Poi siamo state sistemate fra il pubblico, io ho potuto solo dire cosa significa questa coperta. Di nuovo la mamma, la mamma col suo straccetto di lutto! L’intervento, poi, è stato quello di una prostituta in condizioni disperate, trascinata davanti alle telecamere con la sedia a rotelle. Io sono uscita gridando, la Cancellieri è scappata. Ho cercato di parlare con il regista, ma non stanno ad ascoltare, sanno già tutto loro. Mi ha fatto proprio molta rabbia. Ci si meraviglia poi che le persone si chiudano nel loro lutto? Una donna che mi aveva visto alla televisione e mi aveva telefonato, da tre anni viene a trovarmi col marito. Sono una coppia anziana e ancora mi raccontano del loro figlio morto in un incidente automobilistico. Per puro caso l’anno scorso ho saputo che il figlio era morto di Aids. Ecco perché questa donna mi cerca: vuole capire come affrontare il dolore, come posso essere così serena, così attiva, mentre lei non riesce più a vivere e non fa che piangere. Impegnandomi con l’Asa, che fa un buon lavoro, ho imparato tante cose. Sono cambiata. Soprattutto ho lasciato perdere tante formalità alle quali ero stata educata. Mi sono accorta di essere nata e cresciuta nella bambagia. Mi vien da ridere a ricordare la prima lettera che mi fu pubblicata. Ero orgogliosa perché, dopo una vita da casalinga, era la prima volta che pubblicavo qualcosa su un giornale. Anche se Babilonia non l’avevo mai visto. Era la lettera di una madre che invitava altre madri a rimanere madri perché i figli rimangono figli anche quando sono malati, anche quando sono omosessuali. Le esortavo, invece di cacciare fuori di casa i figli, a invitare il partner del figlio a cena. I redattori, infatti, avevano intitolato la lettera “Venga a mangiare il brasato stasera”. Quando, però, dopo un po’ di tempo, mio figlio venne a casa col giornale capii subito che non l’avrebbero certo letto le mamme: è il giornale dei gay milanesi! Per di più in mezzo alla lettera cosa avevano messo quei birbanti di Babilonia? Un primo piano grande così di un particolare di nudo maschile. Io, che l’avevo già detto a mia sorella in Germania, dovetti tagliare la foto e spedire l’articolo col buco. Infatti lei mi scrisse: “Che cosa c’era lì in mezzo?”. Franco fu il primo ragazzo che mi fu affidato. Era un tipo simpaticissimo, ma tremendo, che fin da piccolo aveva fatto la vita di strada, era un travestito e si prostituiva, quindi era anche di una volgarità inaudita. Qualche volta lo accompagnavo in tram e all’inizio mi metteva molto in imbarazzo perché si faceva notare proprio dappertutto. Ricordo che regolarmente, indicando me, diceva alla gente seduta: “Ma come, non si alza, non vede che è una persona anziana?”. Così ho imparato piano piano a non far caso a queste cose, a lasciar perdere, a uscire un po’ dal mio formalismo ed è stato molto importante per me, perché rischiavo di diventare una dama di san Vincenzo. Allora stava parecchio male, scappava dall’ospedale ma siccome, come mio figlio, era uno di quei pazienti sperimentali che si erano dichiarati disposti a prendere certi farmaci, alla sera lo andavamo a cercare. Era un compito che mi dava mio figlio, che in quel tempo era ricoverato. E dove lo dovevamo cercare? Alla stazione o al parco dove batteva. E mio marito a dire: “Ma pensa se passa qualcuno e ci vede qui…”. Quando scendevo c’erano queste “fanciulle” che mi guardavano con sospetto, vedevo mio marito che si abbassava dietro il volante e mi veniva da ridere… Il sogno di Franco era una casa che non aveva mai avuto. E quando gli fu assegnata dal Comune grazie all’interessamento dei volontari dell’Asa, partimmo col camion di un prete per raccogliere mobili dappertutto. Lui era felice. Volevo tanto bene a quel ragazzo. Lui faceva di tutto per non fare soffrire la sua mamma, io ero sempre lì a spiare lui, e mio marito sempre a spiare me che non crollassi: era tutto un lavoro a catena. Ricordo che una volta sono passata davanti al bagno: lui era lì, nudo, col suo bel corpo che cominciava già a dimagrire, già aggredito da tutte le parti da questo schifoso mostro, ma era allegro, cantava, e vederlo in quel momento così indifeso, mentre si frizionava i capelli per un ennesimo malanno, senza dir niente, senza farlo pesare, mi fece correre in camera da letto e mettere la testa sotto il cuscino perché avrei avuto bisogno di urlare. Oh sì, tante volte mi pesava, mi dava fastidio questo self-control… Ricorderò sempre quando a mio figlio dissero di aver individuato una macchia sul polmone. Era la condanna definitiva. Mio figlio era un tipo sveglio, conosceva bene il suo corpo e la malattia. Così alla sera quando tornavo dall’ospedale, dall’ora di visita, ripensando alla sua stanza fredda, con quel letto d’acciaio, senza telefono, senza tv, mi chiedevo perché mai arredo, bellezza e igiene non possano stare insieme. Ma chi l’ha detto? È perché non lo vogliono. Il malato deve fare il malato, il paziente e basta. L’individuo, la persona sono dimenticate. Mio figlio era abituato a una vita attiva, aveva amici, gli piaceva la musica, gli piaceva il teatro, viaggiava, la nostra casa era movimentatissima, e pensarlo là, dopo aver ricevuto quella notizia improvvisa così brutta, così fatale, in quell’ambiente, senza nessuna distrazione, insomma, ricordo di essere scoppiata a piangere e di aver continuato per tutto il viaggio. Non riuscivo a frenarmi. In mezzo a quell’autobus pigiato, la gente era carina, vedevo la pietà nei loro occhi, ma non potevo fermarmi, non riuscivo a staccare il pensiero da come lui doveva vivere quella notizia là dentro, con il vicino di letto che stava per morire e l’altro che piangeva perché la famiglia non lo voleva, tutti malati della stessa malattia… Questa impotenza è tremenda. Vedere il figlio che cade a pezzi e non poter far niente… Quanto erano lontani i tempi in cui, piena di speranza, aprivo continuamente i giornali, sempre a cercare la notizia di qualche nuova invenzione. Avrei capito poi che la speranza andava spezzata, fatta in piccoli pezzi da adattare ai piccoli momenti, agli attimi della vita che rimanevano. Sì, nessuna speranza, solo speranze. Mio figlio è morto il 15 gennaio 1990. Lui ha vissuto bene la sua malattia. Ci ha un po’ estromesso dalla gestione medica, farmacologica. Verso la fine io gli facevo le punture, tremando come una foglia, però non chiedevo cosa ci fosse dentro, me le preparava lui. Anche il suo rapporto con i medici era buono. Tre mesi prima di morire decise di farsi battezzare. Neanche per me era privo di importanza quel gesto, ma per mio marito, convinto non credente, fu un colpo. Per la prima volta vidi mio marito piangere. Mi disse: “Vivi accanto ai figli, li educhi, cerchi di dare l’esempio, poi…”. Ma pur essendo molto colpito non lo fece pesare al figlio, rimase con lui tutto il giorno, solo alla cerimonia verso sera non partecipò. La mia prima reazione invece era stata: “Oddio, ha paura”. Ho pensato tante volte a quella scelta, ho pensato che le persone care che gli sono state vicine concretamente sono state una suora e il prete dell’ospedale e mi sono convinta che, più che un gesto di fede, sia stato un gesto d’amore. Se fosse stato un gesto di fede, mio figlio, che mi amava molto, avrebbe in qualche modo cercato di convincermi, di portarmi sulla strada. A differenza di mio marito, io sono stata educata in modo religioso, non lo so se sono credente, non ho il coraggio di dire che non lo sono. Non ho risposte, ma forse non ho nemmeno la voglia di darmele. È chiaro che il mio rapporto con la Chiesa e le istituzioni cattoliche è estremamente conflittuale. Arrivo a considerarle proprio nemiche per il motivo dell’omosessualità, non posso restare neutrale su questo. Ora mi sembra di poter dividere la mia vita in un prima e un dopo. Sono uscita da questa esperienza molto diversa. Ero la madre, la casalinga professionista che aveva, sì, gli amici, però i grandi problemi li guardava con distacco, dallo schermo, dal giornale. Invece adesso non aspetto, voglio capirli e mi fido molto più di me per cercare di capirli. Il volontariato a me piace in un territorio piccolo, intorno a sé. Quando entro in una famiglia e riesco a convincere una mamma che suo figlio non è una cosa schifosa di cui vergognarsi solo perché è omosessuale, quando riesce di nuovo ad avvicinarsi a lui con affetto, a me sembra di aver fatto un lavoro molto utile anche alla società. Sì, la mia filosofia è quella della macchia d’olio. Ho paura, invece, che quando le cose cominciano a cadere dall’alto diventino formali e si svuotino dentro. L’Aids era un’occasione, una grande occasione, per incidere positivamente in questa società e la stiamo perdendo.

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